Condivisione delle password di Netflix, la pacchia sta per finire.

Potrebbe avere le ore contate la pratica ormai diffusissima della condivisione “illegale” della password di Netflix (o di altre piattaforme analoghe) è ciò che è emerso lo scorso 8 Gennaio al Consumer Electronics Show 2019 – evento organizzato da 50 anni dalla Consumer Technology Association degli Stati Uniti.

Di cosa stiamo parlando? Del segreto di Pulcinella più grosso del mondo: le password per i servizi di streaming online audio o video possono essere usate da più utenti. Anzi, aggiungo io, esistono delle vere e proprie piattaforme che ne agevolano la condivisione e ne facilitano la divulgazione. Su queste piattaforme chiunque può mettere in vendita a prezzi irrisori l’utilizzo del proprio account in condivisione, si trovano account di Netflix, Mediaset Premium, Tim Vision, Spotify e addirittura Office 365, un metodo per ammortizzare le spese dell’abbonamento e un’opportunità per accedervi in in modo decisamente scontato. Talvolta l’intento non è nemmeno monetario, si cerca solo di ottimizzare l’acquisto dando l’accesso in modo gratuito a parenti o amici.

Questa gratuità però ha un valore per le Aziende che offrono il servizio, e in particolare un valore in perdita (anzi mancato guadagno), la società di consulenza Magid ha stimato un dato molto rilevante:  il 25% dei millennial condivide il nome utente e la password dei servizi di streaming con gli amici ed entro il 2021, tale pratica illegale causerà 9,95 miliardi di dollari di perdite per le aziende coinvolte.

Facile ipotizzare quindi come questa pacchia stia per terminare, se fino ad oggi le aziende, Netflix in primis, hanno fatto orecchie da mercante, ignorando tutto a beneficio di un’audience tanto diffusa che concorresse a solidificare il loro brand e a far circolare di più i contenuti (specialmente quelli originali su cui hanno investito miliardi di dollari), pare che a breve tutte inizieranno a seguire i consigli della società brittanica Synamedia che, al CES 2019 in corso a Las Vegas, ha presentato un nuovo sistema di analisi che sfrutta il “machine learning” per individurare le password condivise utili ad accedere alle varie piattaforme.

Come funzionerebbe?

Semplice! La piattaforma di streaming (prendiamo ad es. Netflix) diventa cliente del sito di Synamedia, che grazie alle capacità di apprendimento derivanti dagli algoritmi di intelligenza artificiale (machine learning) analizza i dati di tutti i suoi utenti, mettendo sotto la lente un gran numero di fattori com ad esempio da dove si accede ad un account, a che ora viene usato, che genere di contenuti vengono fruiti e attraverso quale dispositivo.

Poi mette insieme i big data in una serie di schemi e abitudini d’uso di un certo account e dei suoi accessi multipli, evidenziando quelli che secondo il sistema potrebbero indicare la presenza di password condivise, fornendo alla piattaforma cliente, cioè Netflix, un punteggio di probabilità.

Starà poi alla società prendere i provvedimenti del caso, come per esempio allertare l’utente, anche se non è chiaro in che modo quest’ultimo potrebbe provare al fornitore che i suoi diversi accessi siano effettivamente utilizzati in modo personale e non condiviso.

Uno caso tipico ed eclatante sarebbe quello di un abbonato che sta guardando nello stesso tempo contenuti sulla costa Est e Ovest degli Stati Uniti – ha spiegato un manager del gruppo britannico al sito The Verge – è ovvio che non può trattarsi della stessa persona“.

Se la probabilità di una frode da parte del cliente è molto alta, (per esempio nel caso in cui le credenziali siano state vendute online o condivise attraverso servizi come TogetherPrice), Netflix potrebbe scegliere di sospendere l’account; anche se l’approccio più probabile potrebbe essere quello della persuasione, spingendo a limitare la condivisione o passare a un account più costoso ma che consenta più utenze, come lo Spotify for Family (si pensi per esempio al caso di un account condiviso fra un genitore e un figlio che abita fuori casa).

In estrema ratio si è anche parlato della possibilità di inserire delle clausole nel contratto di abbonamento che se violate portino anche a delle pesanti multe.

L’aspetto interessante di tutto questo è la presa di coscienza che le abitudini cambiano nel tempo, le persone si spostano e viaggiano continuamente e per questo servono strumenti di intelligenza artificiale in grado di mutare, per esempio, coi gusti degli utenti evitando di generare falsi positivi e capendo se e come un account è davvero condiviso in modo eccessivo.

Cosa significa tutto questo? Semplice: mentre al lancio del servizio – Netflix è sbarcata in Italia nel 2015 ma era attiva negli Usa dal 2008 – l’interesse a intervenire su un simile fenomeno era molto basso, visto che costituiva un modo organico e naturale per diffondere il servizio, farlo conoscere e apprezzare convincendo anche molte persone a sottoscrivere un proprio abbonamento, col trascorrere degli anni la pirateria delle password può iniziare a pesare sui conti. Va bene fare costume, tendenza, immagine, ma i ricavi viaggiano anche e soprattutto con gli abbonamenti.

Al momento il nuovo sistema del gruppo, battezzato Credentials Sharing Insight – è in fase di test da una serie di società, anche se non è noto quali. Ma già diversi colossi, da Comcast a Disney fino a Sky, ora controllata dalla stessa Comcast, sfruttano i servizi di intelligenza artificiale. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *