Sicurezza delle password: le nuove regole del NIST

Nel garantire la sicurezza delle password è un errore imporre all’utente la modifica periodica e di seguire specifiche regole di scrittura (del tipo “almeno una maiuscola e un numero”).
Lo sostiene l’ultima versione delle linee guida del NIST, ma le aziende italiane ancora ignorano queste utili raccomandazioni.

Cos’è il NIST .

Il NIST è il National Institute of Standards and Technology, un’ agenzia del governo degli Stati Uniti d’America che si occupa della gestione delle tecnologie e fa parte del DoC, Department of Commerce (Ministero del Commercio).
Nato nel 1901, ha come compito istituzionale quello di sviluppare standard tecnologici, in particolare pubblica i Federal Information Processing Standard (FIPS), che definiscono gli standard obbligatori del governo statunitense.


Ovviamente gli standard definiti dal NIST non sono cogenti in Europa, tuttavia per la loro autorevolezza sono considerati un punto di riferimento a livello mondiale.


Lo sono, per esempio, tutte le pubblicazioni FIPS che definiscono gli standard di crittografia il DES (Data Encryption Standard) e l’AES (Advanced Encryption Standard), e quelle che riguardano gli algoritmi di Hash.

Le nuove regole per le password sono nella serie NIST SP 800 , un insieme di documenti che descrivono le politiche, le procedure e le linee guida del governo federale degli Stati Uniti per i sistemi e le reti informatiche.

La regola, divenuta “universale”, di obbligare gli utenti a cambiare le proprie password ogni 3-6 mesi nasce proprio nel 2003 dal NIST: tra i consigli c’era quello di creare password con tutti i tipi caratteri e di cambiarle spesso. Considerata l’autorevolezza del NIST, il manuale venne adottato in tutto il mondo e le sue regole per creare password sicure sono rapidamente diventate uno standard, ma nel 2017 il NIST ha rivisto le proprie linee guida sulla gestione delle credenziali, rimuovendo la richiesta di cambio password periodico e aggiornando i requisiti di complessità. Questo è accaduto con la pubblicazione, a giugno 2017 dell’aggiornamento NIST SP 800-63 “Digital Identity Guidelines”.

Il NIST ritiene superate quelle regole indicate nel 2003, in virtù sopratutto dell’aumento della potenza di calcolo e dell’efficacia dei software di password cracking ora in circolazione.

Inoltre, come ben noto agli addetti ai lavori, la maggior parte delle persone tende ad usare sempre le stesse tecniche di creazione delle password, per esempio – la parola “password” viene modificata – abitualmente e con scarsa fantasia – in P@ssword, PASSWORD, passw0rd, P@$$w0rd e via dicendo.
Questo rappresenta un punto debole che i criminal hacker conoscono. E che sfruttano con algoritmi di password cracking che tengono specificamente conto delle cattive abitudini degli utenti.

La pubblicazione NIST SP 800-63 è costituita da 4 documenti, quello che riporta le linee guida più utili sull’uso pratico delle password è il NIST SP 800-63B “Digital Identity Guidelines – Authentication and Lifecycle Management”.

Il cambio di orientamento che troviamo in questo aggiornamento è notevole:

  • nel cap.5.1.1.2 “Memorized Secret Verifiers”, alla pagina 14 del documento citato, leggiamo che: “Verifiers should not require memorized secrets to be changed arbitrarily (e.g., periodically). However, verifiers shall force a change if there is evidence of compromise of the authenticator”.

Quindi, obbligare arbitrariamente le persone a cambiare periodicamente le password (definite “memorized secrets”) non è più considerata una pratica utile, anzi può portare l’utente ad utilizzare password banali per riuscire a ricordarle più facilmente.

In altre parole, le politiche di scadenza delle password fanno più male che bene, perché inducono gli utenti ad impostare password molto prevedibili e strettamente correlate tra loro: quindi la password successiva può essere dedotta sulla base della password precedente. Si aggiunge, tuttavia, che la password andrebbe comunque cambiata se c’è il sospetto o l’evidenza di una sua compromissione, anche perché le password, quando rubate, vengono sfruttate in tempi brevi: i cyber criminali usano quasi sempre le credenziali delle loro vittime non appena le compromettono.

La scadenza periodica della password è quindi una difesa solo contro la probabilità che una password venga rubata durante il suo intervallo di validità e venga utilizzata da un attaccante. Se una password non viene mai compromessa, non c’è bisogno di cambiarla, se si ha la prova – o il sospetto – che una password sia stata rubata, è opportuno che si agisca immediatamente piuttosto che aspettarne la scadenza per risolvere il problema.

Oggi, quindi, le linee guida più moderne suggeriscono di non obbligare l’utente a modificare frequentemente le password: tra i primi ad aver abbracciato questa impostazione c’è il National Cyber Security Centre (NCSC) della Gran Bretagna che ha aggiornato in tal senso la propria guida: “Password Guidance: Simplifying Your Approach”.

Anche Microsoft ha rinnovato la sua “Microsoft Password Guidance”, abbandonando la policy di scadenza delle password. Lo possiamo vedere nel documento rilasciato a maggio 2019 “Security baseline (FINAL) for Windows 10 v1903 and Windows Server v1903”.

Secondo quanto scritto in tale documento, Microsoft non raccomanderà più una policy che imponga agli utenti di cambiare periodicamente le loro password. E lo motiva con gli stessi argomenti usati dal NIST: “Quando gli esseri umani sono costretti a cambiare le loro password, troppo spesso fanno una piccola e prevedibile alterazione delle password esistenti e/o dimenticano le nuove password”.

Purtroppo, queste regole non sono state invece recepite dalla grande maggioranza delle aziende e dei siti – soprattutto quelli italiani, compresi i siti bancari – che continuano ad imporre il cambio periodico della password.

Nei paragrafi successivi vengono indicate altre utili linee guida, improntate al buon senso ed alla praticità d’uso.

  • La lunghezza minima per la password dovrebbe essere di almeno 8 caratteri, ma deve essere consentita una lunghezza massima di almeno 64 caratteri. E tutti i caratteri ASCII (RFC 20) dovrebbero essere accettati. È imbarazzante vedere ancora oggi molti siti che impongono lunghezze massime risibili e che addirittura non accettano i caratteri speciali. Questa limitazione, da considerarsi non più accettabile, è spesso causata dall’utilizzo di sistemi “legacy” che non permettono l’uso di password più lunghe di 8 caratteri e/o non accettano i caratteri speciali (o ne accettano solo alcuni).
  • Non dovrebbero essere imposte “regole di composizione”, come quelle che richiedono, per esempio, “un numero ed un carattere speciale”. È noto, infatti che in questi casi il pattern statisticamente più utilizzato dagli utenti è: maiuscola all’inizio, numeri e caratteri speciali in fondo. Questo serve solo a dare indicazioni all’attaccante che potrà limitare il numero di tentativi, concentrando l’attacco brute force sulle password più probabilmente usate dagli utenti.
  • Anche l’imposizione delle famigerate domande di sicurezza è deprecata dal NIST, che invita a non richiederle. Tali domande (dette “hint”, suggerimento) sono in genere di questo tipo:
Il nome del tuo primo animale?
La tua squadra del cuore?

Le risposte saranno molto banali e chi ci conosce potrebbe facilmente indovinarle.

  • Altra utile indicazione del NIST è che: “I verificatori dovrebbero consentire ai richiedenti di utilizzare la funzionalità di “incolla” quando si inserisce una password”. Questo facilita anche l’uso dei gestori di password (i password manager), che sono ampiamente consigliati e che aumentano la probabilità che gli utenti scelgano password più forti.
  • Ovviamente è anche consigliata l’autenticazione a due fattori, per la quale vengono esaminate le varie modalità disponibili. Per maggior sicurezza – e nella logica dell’autenticazione multi-fattore – lo smartphone deve essere preventivamente attivato da “qualcosa che sai” (una password di sblocco) oppure da “qualcosa che sei” (l’impronta digitale, la faccia ecc.).

Quest’ultimo non è un passaggio da sottovalutare e ci fa capire perché, con l’entrata in vigore della Direttiva (UE) 2015/2366 nota come PSD2 (recepita dall’Italia con il D.lgs. 15 dicembre 2017, n. 218), non sono più ammessi i token hardware (quelle chiavette in plastica che generavano un codice a 6 numeri) per l’autenticazione nei siti bancari: erano dispositivi non sicuri, perché potevano essere attivati senza alcun codice di sicurezza. Quindi in caso di furto o smarrimento, chiunque avrebbe potuto utilizzarli.

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