Ma Smart Working che?

In questo periodo particolarmente strano ci troviamo a lavorare in un contesto totalmente nuovo, operare in telelavoro infatti, comporta la perdita del contatto di prossimità che di solito si ha tra uffici e che ci consente di alzarci ed andare dal collega a chiedere spiegazioni, oppure di telefonargli.

Solitamente questa prassi è utile per risolvere rapidamente i classici “misunderstanding” derivati dall’impersonalità dei toni usati nelle mail o dalla poca chiarezza dello “slang” tecnico.

Mai come in questo periodo le Aziende hanno dovuto attingere ai loro dipartimenti IT o alle aree esterne di consulenza, ed il nostro settore si è dimostrato, una volta su tutte, il vero punto nevralgico di qualsiasi struttura aziendale.

Per carità però, non parlatemi di Smart Working, quello è un’altra cosa.

Sì perché lo “smart” a cui si fa riferimento, rappresenta l’agilità e l’intelligenza (o ingegno), un modo di lavorare che sta al di sopra degli spazi e dei luoghi, degli orari e delle persone, un perfetto elisir che ha come solo ed unico obiettivo l’ottimizzazione degli sforzi per arrivare al target.

E’ chiaro dunque che lo Smart Working ha alla base una mentalità moderna che ha come focus la qualità del lavoro e non la quantità.

L’emergenza sanitaria che ci troviamo ad affrontare ha messo le Aziende davanti alla necessità di proteggere i propri dipendenti isolandoli nelle loro abitazioni, sgretolando uno dei “mostri sacri” dell’aziendalismo anni ’80-’90 : “la timbratura del cartellino”.

Eh Sì, seppur di Fantozziana memora, quello del cartellino è il simbolo dell’Azienda Italiana, un ingranaggio a tempo (8h) rinchiuso in una scatola  a 6 mura che per la prima volta deve essere spento a tempo indeterminato.

Qui più di qualche asino è cascato.

Le Aziende che già erano “smart” non hanno batutto ciglio, continuando a garantire la continuity del loro business. Ma le altre?

Le altre hanno dovuto fare i conti con il fatto che siamo nel 2020 e che alcuni luoghi comuni vanno smembrati.

E allora via:

  • Assalto dei negozi di portatili per riuscire a fornire a tutti un dispositivo aziendale pulito e sicuro sul quale poter lavorare sui sistemi e dati aziendali. Sì perché non è consigliato far utilizzare agli utenti i dispositivi personali, non sono compliance con le policy aziendali di sicurezza e per lo piu non sono controllabili dall’azienda che non sa che fine fanno i propri dati una volta transitati su questi PC. 
  • Boom di servizi VPN : per lavorare da casa in sicurezza è necessario disporre di una connessione VPN cifrata con l’azienda, perché le linee pubbliche utilizzate per connettersi a Internet sono facilmente intercettabili, soprattutto perché non dispongono di firewall. Ma anche qui, quante aziende erano pronte? Molte aziende hanno dovuto far ricorso in extremis a terze parti per avere un servizio di questo genere, molte altre si sono trovate davanti a macchine client obsolete su cui non era possibile installare il client VPN. Ma la vera domanda è piusttosto : come hanno fatto senza fino a ieri? La risposta potrebbe essere da brividi quindi non mi addentro, ma prometto un articolo a parte).

E ancora, possiamo aggiungere problematiche relative alla latenza delle linee, all’inadeguatezza delle infrastrutture gestionali, alla reticenza degli utenti a modificare il proprio metodo di lavoro uscendo dallo schema binario a favore di un dinamismo più fruttuoso. Ma non è colpa dell’utente, quello fa quello che gli dicono di fare, e soprautto come lo ha sempre fatto, sta all’Azienda formare e sguire gli utenti nel processo di modernizzazione, l’utente finale è la vera risorsa dell’azienda, non l’ultima versione di Windows (!!!).

Questo cari Lettori, non può essere definito Smart Working, non c’è nulla di intelligente nel farsi trovare impreparati e rattoppare alla meglio una situazione che dovrebbe essere già di per sé una routine.

Questo è tele-lavoro e meno male che c’è perché altrimenti molte aziende avrebbero dovuto fermarsi (molte lo hanno fatto).

Quello che deve farci riflettere però, al di là delle congetture lessicali, è che nelle Nostre Aziende, oggi, nel 2020, non esiste un piano B.

Gli IT Manager si riempiono la bocca con progetti di Disaster Recovery, buoni per lo più a riempire risme di carta ed arricchire gli addetti ai lavori, ma poi nella pratica?

Non è forse anche questa una azione di DR? Il caso in cui la sede, pur funzionando, non è praticabile, accessibile?

Lo è.

Volete un esempio partico e reale?

Azienda “Pippo spa”, infrastruttura informatica importante, sito di produzione su 2 ambienti ridondati, sito di backup su un terzo ambiente separato e sito di replica geograficamente distaccato.

Tutto perfetto sulla carta. Arriva il Covid-19, l’Azienda deve lasciare a casa il personale.
Non ci sono le strumentazioni per far lavorare le persone da casa ,perché tutti gli uffici hanno i pc fissi.
L’Azienda si deve fermare.

Quindi tutto questo per dire cosa:

Smart Working, è (o meglio deve essere) tutti i giorni. 

E non vuol dire lavorare da casa, o dalla spiaggia, vuol dire lavorare in modo intelligente e ottimizzato, analizzando a 360 gradi tutte i possibili scenari della vita aziendale.  Pianificando e interagendo tra BU in modo da disegnare un dinamismo che giovi all’intero business e consenta all’azienda di essere sicura di poter operare in ogni contesto.

La pianificazione e la condivisione stanno alla base di tutto, non c’è virtuosismo che tenga.

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