5G e la disinformazione : alcune considerazioni non inquinate dal complottismo

Il termine 5G indica tecnologie e standard di nuova generazione per la comunicazione mobile.
La “quinta generazione”, che segue le precedenti (2G, 3G e 4G) e che le andrà ad affiancare ed in parte a sostituire.
Non solo smartphone, la nuova era delle comunicazioni permetterà la connesisone anche e soprattutto dei tanti dispositivi Iot che ormai hanno invaso le vite di tutti noi (elettrodomestici, auto, semafori, lampioni, orologi).
Una delle caratteristiche principali di questa rete infatti, è proprio quella di permettere molte più connessioni in contemporanea, con alta velocità e tempi di risposta molto bassi.
Non sarà quindi solo una evoluzione del 4G ma una vera e propria rivoluzione, per caratteristiche tecniche e per potenzialità
Un vero e proprio balzo in avanti insomma.

Questa rivoluzione però ultimamente è stata strumentalizzata a veicolo di diffusione del panico sociale, infatti sono numerossissime sul web le sentenze che vedono nel 5G un arma di controllo dell’umanità da parte di un fantomantico Ordine Mondiale o addirittura come strumento per favorire lo sterminio di massa.

Allora facciamo chiarezza nel modo più sensato possibile ovvero unendo competenze tecniche, dati scientifici e statistica:


La prima cosa da dire in tal senso è che al momento non ci sono dati che permettono di escludere o confermare che questa nuova tecnologia abbia effetti dannosi per la salute e serviranno anni di studi dalla sua diffusione per avere risposte chiare.

Dal momento che non è sensato giudicare attraverso dati che non si ha, vediamo quelli che sono invece i fatti noti.

Il 5G viaggerà su frequenze più elevate rispetto a 2G, 3G e 4G (e questo è uno degli elementi che spaventa), ma la rete di antenne, in realtà, utilizzerà segnali dotati di potenza inferiore.

Ma quali sono le preoccupazioni più diffuse, prese a scudo per lo più da militanti di fazioni anti-progresso tecnologico o amanti del complottismo?

Le onde millimetriche sono molto più dannose?

Una delle preoccupazioni maggiori, trasformate ad arma contro la diffusione del 5G è quella riguardante le onde di trasmissione che utilizza. Infatti è ormai frequentissimo leggere teorie cospirazionistiche nelle quali vengono menzionate queste fantomatiche onde millimetriche, che il 5G utilizzerebbe.

Facciamo intanto chiarezza su una cosa: tutto quello che si fa con i cellulari avviene grazie all’emissione di onde elettromagnetiche, questo da sempre.

Le onde elettromagnetiche hanno delle caratteristiche che le identificano e che sono :

  • Frequenza : il numero di onde che passano per un determinato punto ad ogni secondo (misurata in Hz);
  • Lunghezza (d’onda) : la distanza tra due creste successive;

Le onde delle radio, ad esempio, hanno una lunghezza elevata, quelle dei cellulari più bassa. Più le onde hanno frequenza elevata e più diventano piccole.

Il 5G ha lavorerà su molte frequenze dello spettro delle onde radio, anche più elevate rispetto a quelle già utilizzate da tecnologie precedenti. Questa ampiezza di banda permetterà di far funzionare molti apparecchi connessi contemporaneamente con una migliore copertura. Viaggiando sulle frequenze molto elevate dei 26.5 – 27.5 GHz, il 5G si propagherà anche attraverso onde elettromagnetiche molto piccole, con una lunghezza d’onda di pochi millimetri, dette appunto millimetriche. Il fatto che siano millimetriche indica che hanno questa caratteristica che però non è attualmente correlabile con una maggiore capacità di penetrare nei tessuti umani, anzi, l’unico studio esistente sostiene che più è alta la frequenza, più è bassa la capacità di penetrazione.

Le milioni di antenne che verranno installate

Altra preoccupazione riguarda la diffusione.

Per garantire una maggiore copertura saranno installate tantissime nuove antenne, più piccole e molto vicine fra loro e questo viene visto come un ulteriore rischio alla salute, in realtà non è proprio vero.

Le antenne per il 5G NON saranno i classici tralicci enormi che conosciamo, saranno verosimilmente grandi quanto una scatola e saranno applicate su dispositivi sparsi per le città (pali luce, semafori).

La loro moltiplicazione sarà necessaria perché le onde del 5G, viaggiando a frequenze molto elevate, sono più “fragili” e hanno una minore capacità di diffondersi attraverso l’aria, quindi, per non perdere il segnale, dovranno essere installate più antenne, più capillari ma di minore potenza rispetto alle precedenti, proprio perché le antenne saranno più vicine e dovranno coprire celle, cioè porzioni di territorio, più piccole.

Questo significa che  le potenze utilizzate dal 5G saranno più basse di quelle utilizzate fino ad ora nelle telecomunicazioni mobili e che le onde si fermeranno a un livello molto superficiale della pelle. (ISS)

Inoltre, ricordiamoci che tutti i dati della comunità scientifica che al momento consentono di fare qualche ipotesi sugli effetti delle onde elettromagnetiche, riguardano soprattutto i rischi legati alle onde emesse dai cellulari e non dai ripetitori, che – non essendo attaccati alla testa degli utenti come uno smartphone – implicano un’esposizione inferiore.

Il cattivo utilizzo degli studi scientifici

Nella fattispecie vengono spesso citati, in modo assai superficiale, due recenti studi che riscontrerebbero un’associazione tra l’esposizione di topi e ratti a onde nelle frequenze del 2G e 3G e lo sviluppo di tumori: uno dell’US National Toxicology Program (Dipartimento Salute degli Stati Uniti) e uno dell’Istituto Ramazzini (centro di ricerca di Bologna).

Ma cosa dicono in realtà questi studi?

In prima battuta va premesso che quegli studi hanno valutato gli effetti dovuti all’esposizione a radiofrequenze di tecnologie ormai superate e che non sono in alcun modo trasferibili sulle nuove (per lo piu il 5G utilizza un sistema completamente diverso) e secondo poi bisogna avere consapevolezza che l’intento di entrambe gli studi non era quello di valutare i  rischi corsi dai consumatori esposti alle radiazioni di cellulari e antenne nella vita reale ma la possibilità che l’esposizione alle radiofrequenze possa produrre determinati effetti biologici dannosi.

Ma andiamo nel dettaglio:

Lo studio del NTP è stato svolto su circa 2.500 topi e ratti, l’esposizione consisteva in livelli di radiazioni elettromagnetiche molto elevati per simulare l’esposizione locale dell’orecchio al telefono ma con tempi e modi decisamente estremi ovvero:

  • 107 settimane continuative (circa 2 anni) in parte prima e in parte dopo la nascita;
  • Ogni giorno 10′ alternati per un totale di 9 ore di esposizioni quotidiane

Quanto è sovrapponibile tutto ciò al nostro tipo di esposizione? Molto poco.

Per quanto riguarda la potenza delle esposizioni il livello massimo di Sar a cui le cavie sono state sottoposte è stato di 10 W/Kg, il minimo 1,5 W/Kg, quando il limite europeo per l’esposizione locale (alla testa) è 2 W/Kg. Lo stesso NTP nel suo studio ha dichiarato: “I livelli di esposizione e la loro durata sono maggiori rispetto a quanto le persone possono ricevere dai cellulari”.  

Ecco la documentazione originale :

https://ntp.niehs.nih.gov/whatwestudy/topics/cellphones/index.html

https://www.niehs.nih.gov/health/materials/cell_phone_radiofrequency_radiation_studies_508.pdf

I risultati cosa dicono:?

  • Chiare evidenze di tumori al cuore (Schwannomi maligno) nei ratti maschi ;
  • Alcune evidenze di tumori al cervello dei ratti maschi”;
  • Alcune evidenze di tumori nelle ghiandole surrenali dei ratti maschi

Nello schema delle conclusioni lo studio si è basato su quattro categorie:

  • Chiara Evidenza (massima)
  • Alcune Evidenze
  • Evidenza equivoca
  • Nessuna evidenza (minima)

I risultati nel complesso sono livemente strani, infatit le fattispecie “allarmanti” ricadano tutte nella categoria dei ratti maschi ma tuttavia non vi sono delle ragioni sceintifiche tali per cui topi (di ambedue i sessi) e ratti femmine debbano reagire in modo differente alla stessa esposizione rispetto ai ratti maschi. Ed è anche strano che le evidenze riguardino solo i nervi del cuore,  cervello e ghiandole surrenali, quando l’irradiamento ha coinvolto tutti gli organi del corpo.

A parte questo, i vari risultati, visti da vicino, restituiscono un quadro meno preoccupante di quanto lasci pensare chi vuole infondere il panico: il numero di tumori riscontrato a livello di cervello e cuore, intanto, è sempre molto piccolo, spesso nel range dell’atteso storico per questi animali, cioè di quanto avviene normalmente, senza esposizione alle onde elettromagnetiche.

Oltretutto, sempre secondo l’analisi dello studio del NTP non sussiste quello che clinicamente viene definito “effetto dose” ovvero che se c’è un’associazione tra radiazioni e tumori, più l’irraggiamento è intenso, più tumori dovrebbero presentarsi, questa cosa non  è emersa, anzi a volte la tendenza è opposta e si verificano casi anche con livelli bassi di esposizione, e non se ne verificano con alti.

Infine risulta bizzarro che i ratti maschi esposti a radiofrequenze a distanza di due anni siano morti in misura inferiore rispetto a quelli non irraggiati.

Tutto questo, insomma, insieme al fatto che non sono emerse differenze significative per tumori in altri tessuti altrettanto irraggiati, contribuisce a un quadro finale un po’ confuso dei risultati di questo studio, che non ci permette di capire se i maggiori rischi riscontrati a livello cerebrale e cardiaco nei ratti maschi -sono effetto del caso o del reale effetto delle emissioni. Tutto ciò, unito al fatto che si è trattata di un’esposizione alle onde elettromagnetiche non realistica, non può che farci concludere che non c’è giustificazione all’allarme scatenato in rete.  

L’istituto Ramazzini ha condotto uno studio simile al NTP,  esponendo 2500 ratti a campi elettromagnetici di intensità crescente (da 0,5 V/m fino a 50 V/m) per 19 ore al giorno dalla vita prenatale (durante la gravidanza della madre) fino alla loro morte naturale.  

Tra i risultati ottenuti, lo studio evidenziava – testualmente – “aumenti statisticamente significativi” nell’incidenza dei schwannomi maligni (tumori rari delle cellule nervose del cuore) nei ratti maschi esposti al campo elettromagnetico più potente, ovverosia 50 V/m, (quasi 10 volte il limite massimo vigente in Italia).

Il risultato dice che l’1,4% dei ratti maschi esposti alle onde manifesta la malattia al cuore rispetto a uno 0% nei ratti maschi non esposti (cosiddetto gruppo di controllo). Il dato risulta essere significativo perché, nell’arco di due anni, nessuna cavia nel gruppo di controllo maschile (quello 0%) ha sviluppato quel tipo di tumore, questo, in realtà, è strano, perché generalmente ci si attenderebbe che tra i ratti maschi – anche non irraggiati – si presenti comunque qualche caso. Cosa che è avvenuta, come atteso, tra le cavie femmine (per le quali infatti non si riscontrano differenze significative nell’insorgenza di tumori tra le cavie esposte e quelle non esposte).  

In sostanza, il risultato nei maschi è significativo solo perché, casualmente, nel gruppo di controllo non irraggiato da onde elettromagnetiche non è stato riscontrato alcun tumore e questo ha in qualche modo sovrastimato i rischi. Tanto che se si confronta il totale dei tumori cardiaci osservati in generale (sia nei ratti maschi che femmine, irraggiati alla massima intensità testata), non ci sono differenze significative rispetto al gruppo controllo non irraggiato.  

Inoltre, i ricercatori hanno dichiarato di aver registrato un aumento dell’iperplasia delle cellule di Schwann negli esemplari maschili e femminili e gliomi maligni nei ratti femmine esposti al campo elettromagnetico a 50 V/m, sebbene essi stessi lo definiscano “statisticamente non significativo“.

Anche l’aumento dell’incidenza dei tumori del sistema nervoso centrale negli esemplari femminili dei ratti esposti a 50 V/m viene descritto come “statisticamente non significativo“.

Tuttavia è lo studio in se poco significativo in termini statistici in quanto sebbene la ricerca del Ramazzini abbia coinvolto 2.448 ratti, questi sono stati suddivisi in molti gruppi più piccoli. In un piccolo gruppo di studio, anche un solo caso positivo può avere conseguenze statistiche rilevanti. Se in un gruppo di 100 topi, per esempio, uno solo sviluppa un tumore, si parla del 1%. Se tale esemplare animale sviluppa il tumore all’interno di un gruppo di 1.000 esemplari, la percentuale scende allo 0,1% con un impatto statistico nettamente diverso.

Ci sono delle incoerenze anche tra i due studi: nonostante in quello del Ramazzini si espongano i ratti a emissioni inferiori, il numero di Schwannomi osservato è molto più alto di quello rilevato nell’NTP, che ha previsto esposizioni fino a mille volte maggiori.  

Ora ognuno è libero di trarre le proprie conclusioni, ma basandoci su questi dati risulta difficile essere certi del reale effetto cancerogeno delle onde elettromagnetiche.

In conclusione

Sulle onde elettromagnetiche emesse con il 5G (ad oggi) non ci sono ancora dati che permettono di capire se ha effetti dannosi. Gli studi validi, riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale, sull’esposizione alle frequenze di 2G e 3G, non hanno ancora dato risposte definitive e che, comunque, non possono essere trasferite in automatico sul 5G (antenne e frequenze sono molto diverse).

Si tratta, comunque, di analisi da cui emerge un quadro contraddittorio, ma tendenzialmente non preoccupante.

Lo Iarc (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) sulla base di queste analisi, ha classificato i campi elettromagnetici a radiofrequenza come cancerogeni di gruppo 2B, ovvero come “possibilmente cancerogeni”: è il livello più basso di rischio, usato quando ci sono prove limitate. Sulla base di quello che vediamo, quindi, non dobbiamo preoccuparci particolarmente; ma per evitare qualsiasi tipo rischio anche solo potenziale, è sempre meglio adottare alcuni semplici accorgimenti in modo da ridurre l’esposizione di testa e corpo alle emissioni dei cellulari, ma sopratutto, approcciarsi alle situazioni in modo sì critico ma anche tenicamente e scientificamente supportato.

Il sentito dire non è una prova valida.

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