Informatica Generale, Sicurezza Informatica

Ma Smart Working che?

In questo periodo particolarmente strano ci troviamo a lavorare in un contesto totalmente nuovo, operare in telelavoro infatti, comporta la perdita del contatto di prossimità che di solito si ha tra uffici e che ci consente di alzarci ed andare dal collega a chiedere spiegazioni, oppure di telefonargli.

Solitamente questa prassi è utile per risolvere rapidamente i classici “misunderstanding” derivati dall’impersonalità dei toni usati nelle mail o dalla poca chiarezza dello “slang” tecnico.

Mai come in questo periodo le Aziende hanno dovuto attingere ai loro dipartimenti IT o alle aree esterne di consulenza, ed il nostro settore si è dimostrato, una volta su tutte, il vero punto nevralgico di qualsiasi struttura aziendale.

Per carità però, non parlatemi di Smart Working, quello è un’altra cosa.

Sì perché lo “smart” a cui si fa riferimento, rappresenta l’agilità e l’intelligenza (o ingegno), un modo di lavorare che sta al di sopra degli spazi e dei luoghi, degli orari e delle persone, un perfetto elisir che ha come solo ed unico obiettivo l’ottimizzazione degli sforzi per arrivare al target.

E’ chiaro dunque che lo Smart Working ha alla base una mentalità moderna che ha come focus la qualità del lavoro e non la quantità.

L’emergenza sanitaria che ci troviamo ad affrontare ha messo le Aziende davanti alla necessità di proteggere i propri dipendenti isolandoli nelle loro abitazioni, sgretolando uno dei “mostri sacri” dell’aziendalismo anni ’80-’90 : “la timbratura del cartellino”.

Eh Sì, seppur di Fantozziana memora, quello del cartellino è il simbolo dell’Azienda Italiana, un ingranaggio a tempo (8h) rinchiuso in una scatola  a 6 mura che per la prima volta deve essere spento a tempo indeterminato.

Qui più di qualche asino è cascato.

Le Aziende che già erano “smart” non hanno batutto ciglio, continuando a garantire la continuity del loro business. Ma le altre?

Le altre hanno dovuto fare i conti con il fatto che siamo nel 2020 e che alcuni luoghi comuni vanno smembrati.

E allora via:

  • Assalto dei negozi di portatili per riuscire a fornire a tutti un dispositivo aziendale pulito e sicuro sul quale poter lavorare sui sistemi e dati aziendali. Sì perché non è consigliato far utilizzare agli utenti i dispositivi personali, non sono compliance con le policy aziendali di sicurezza e per lo piu non sono controllabili dall’azienda che non sa che fine fanno i propri dati una volta transitati su questi PC. 
  • Boom di servizi VPN : per lavorare da casa in sicurezza è necessario disporre di una connessione VPN cifrata con l’azienda, perché le linee pubbliche utilizzate per connettersi a Internet sono facilmente intercettabili, soprattutto perché non dispongono di firewall. Ma anche qui, quante aziende erano pronte? Molte aziende hanno dovuto far ricorso in extremis a terze parti per avere un servizio di questo genere, molte altre si sono trovate davanti a macchine client obsolete su cui non era possibile installare il client VPN. Ma la vera domanda è piusttosto : come hanno fatto senza fino a ieri? La risposta potrebbe essere da brividi quindi non mi addentro, ma prometto un articolo a parte).

E ancora, possiamo aggiungere problematiche relative alla latenza delle linee, all’inadeguatezza delle infrastrutture gestionali, alla reticenza degli utenti a modificare il proprio metodo di lavoro uscendo dallo schema binario a favore di un dinamismo più fruttuoso. Ma non è colpa dell’utente, quello fa quello che gli dicono di fare, e soprautto come lo ha sempre fatto, sta all’Azienda formare e sguire gli utenti nel processo di modernizzazione, l’utente finale è la vera risorsa dell’azienda, non l’ultima versione di Windows (!!!).

Questo cari Lettori, non può essere definito Smart Working, non c’è nulla di intelligente nel farsi trovare impreparati e rattoppare alla meglio una situazione che dovrebbe essere già di per sé una routine.

Questo è tele-lavoro e meno male che c’è perché altrimenti molte aziende avrebbero dovuto fermarsi (molte lo hanno fatto).

Quello che deve farci riflettere però, al di là delle congetture lessicali, è che nelle Nostre Aziende, oggi, nel 2020, non esiste un piano B.

Gli IT Manager si riempiono la bocca con progetti di Disaster Recovery, buoni per lo più a riempire risme di carta ed arricchire gli addetti ai lavori, ma poi nella pratica?

Non è forse anche questa una azione di DR? Il caso in cui la sede, pur funzionando, non è praticabile, accessibile?

Lo è.

Volete un esempio partico e reale?

Azienda “Pippo spa”, infrastruttura informatica importante, sito di produzione su 2 ambienti ridondati, sito di backup su un terzo ambiente separato e sito di replica geograficamente distaccato.

Tutto perfetto sulla carta. Arriva il Covid-19, l’Azienda deve lasciare a casa il personale.
Non ci sono le strumentazioni per far lavorare le persone da casa ,perché tutti gli uffici hanno i pc fissi.
L’Azienda si deve fermare.

Quindi tutto questo per dire cosa:

Smart Working, è (o meglio deve essere) tutti i giorni. 

E non vuol dire lavorare da casa, o dalla spiaggia, vuol dire lavorare in modo intelligente e ottimizzato, analizzando a 360 gradi tutte i possibili scenari della vita aziendale.  Pianificando e interagendo tra BU in modo da disegnare un dinamismo che giovi all’intero business e consenta all’azienda di essere sicura di poter operare in ogni contesto.

La pianificazione e la condivisione stanno alla base di tutto, non c’è virtuosismo che tenga.

Informatica Generale, Microsoft, Recensioni, Sicurezza Informatica

Bye Bye Windows 7 : EOL!

Quando è stato rilasciato Windows 7, il 22 ottobre 2009, Microsoft si è impegnata a fornire 10 anni di supporto tecnico.
Questo periodo di 10 anni è ormai terminato e Microsoft ha interrotto il supporto in modo da potersi concentrare sulle tecnologie più recenti e sulle nuove user-experiences.

Il giorno specifico del fine-supporto per Windows 7 è stato il 14 gennaio 2020, data dalla quale l’assistenza tecnica e gli aggiornamenti software di Windows Update, che ti permettono di proteggere il PC, non sono più disponibili per il prodotto.

Microsoft (e non solo) consiglia vivamente di passare a Windows 10 per evitare che, in caso di bisogno, l’assistenza o il supporto non siano più disponibili.

Cosa comporta la fine del supporto ?

Come detto, dopo il 14 gennaio 2020 i PC in cui è in esecuzione Windows 7 non riceveranno più gli aggiornamenti della sicurezza, pertanto, è importante eseguire l’aggiornamento ad un sistema operativo moderno, ad esempio Windows 10, che può fornire gli ultimi aggiornamenti per mantenere i tuoi dati più sicuri.

Cosa si può fare?

Alla maggior parte degli utenti di Windows 7 conviene passare a un nuovo dispositivo con Windows 10, in virtù del fatto che i moderni PC sono più veloci, leggeri, ma anche potenti e più sicuri e con un prezzo medio considerevolmente inferiore rispetto a quelli di 10 anni fa.
E’ sicuramente possible anche effettuare l’upgrade del proprio PC a Windows 10 anche se non è da sottovalutare il salto tecnologico che in questi anni è stato abbastanza notevole.
E’ importante sapere però che l’aggiornamento del software ha un costo (quello della licenza completa del sistema operativo) e nel complesso quindi è conveniente acquistare un nuovo dispositivo, tecnologicamente al passo e con incluso il sistema operativo.

Ma l’aggiornmento gratuito?

L’offerta di aggiornamento gratuito a Windows 10 c’è stata per svariati mesi ed è scaduta il 29 luglio 2016.
Per ottenere l’aggiornamento a Windows 10 l’utente sarà costretto ad acquistare un nuovo dispositivo o, se ha un PC compatibile, una versione completa del software per aggiornare il dispositivo esistente. Il consiglio è di non installare Windows 10 in un dispositivo meno recente poiché alcuni dispositivi Windows 7 non sono compatibili con Windows 10 o potrebbero offrire una disponibilità ridotta delle funzionalità.

Che cosa accade se continuo a usare Windows 7?

Continuare ad usare Windows 7 dopo il termine del supporto, sarà possibile, ma il PC (e di conseguenza i suoi dati) sarà più vulnerabile ai rischi per la sicurezza e ai virus e non riceverà più da Microsoft gli aggiornamenti software, inclusi gli aggiornamenti della sicurezza, oltretutto piano piano anche le periferiche integrate e quelle esterne comincieranno a patire il fatto di non ricevere aggiornamenti (la maggior parte dei vendor manda gli update dell’hardware attraverso i Windows Update).

Internet Explorer continuerà a essere supportato in Windows 7?

Anche il supporto per Internet Explorer su un dispositivo Windows 7 è stato interrotto il 14 gennaio 2020.
In quanto componente di Windows, Internet Explorer segue il ciclo di vita del supporto del sistema operativo Windows su cui è installato.

Informatica Generale, Microsoft, ransomware, Sicurezza Informatica

Sicurezza delle password: le nuove regole del NIST

Nel garantire la sicurezza delle password è un errore imporre all’utente la modifica periodica e di seguire specifiche regole di scrittura (del tipo “almeno una maiuscola e un numero”).
Lo sostiene l’ultima versione delle linee guida del NIST, ma le aziende italiane ancora ignorano queste utili raccomandazioni.

Cos’è il NIST .

Il NIST è il National Institute of Standards and Technology, un’ agenzia del governo degli Stati Uniti d’America che si occupa della gestione delle tecnologie e fa parte del DoC, Department of Commerce (Ministero del Commercio).
Nato nel 1901, ha come compito istituzionale quello di sviluppare standard tecnologici, in particolare pubblica i Federal Information Processing Standard (FIPS), che definiscono gli standard obbligatori del governo statunitense.


Ovviamente gli standard definiti dal NIST non sono cogenti in Europa, tuttavia per la loro autorevolezza sono considerati un punto di riferimento a livello mondiale.


Lo sono, per esempio, tutte le pubblicazioni FIPS che definiscono gli standard di crittografia il DES (Data Encryption Standard) e l’AES (Advanced Encryption Standard), e quelle che riguardano gli algoritmi di Hash.

Le nuove regole per le password sono nella serie NIST SP 800 , un insieme di documenti che descrivono le politiche, le procedure e le linee guida del governo federale degli Stati Uniti per i sistemi e le reti informatiche.

La regola, divenuta “universale”, di obbligare gli utenti a cambiare le proprie password ogni 3-6 mesi nasce proprio nel 2003 dal NIST: tra i consigli c’era quello di creare password con tutti i tipi caratteri e di cambiarle spesso. Considerata l’autorevolezza del NIST, il manuale venne adottato in tutto il mondo e le sue regole per creare password sicure sono rapidamente diventate uno standard, ma nel 2017 il NIST ha rivisto le proprie linee guida sulla gestione delle credenziali, rimuovendo la richiesta di cambio password periodico e aggiornando i requisiti di complessità. Questo è accaduto con la pubblicazione, a giugno 2017 dell’aggiornamento NIST SP 800-63 “Digital Identity Guidelines”.

Il NIST ritiene superate quelle regole indicate nel 2003, in virtù sopratutto dell’aumento della potenza di calcolo e dell’efficacia dei software di password cracking ora in circolazione.

Inoltre, come ben noto agli addetti ai lavori, la maggior parte delle persone tende ad usare sempre le stesse tecniche di creazione delle password, per esempio – la parola “password” viene modificata – abitualmente e con scarsa fantasia – in P@ssword, PASSWORD, passw0rd, P@$$w0rd e via dicendo.
Questo rappresenta un punto debole che i criminal hacker conoscono. E che sfruttano con algoritmi di password cracking che tengono specificamente conto delle cattive abitudini degli utenti.

La pubblicazione NIST SP 800-63 è costituita da 4 documenti, quello che riporta le linee guida più utili sull’uso pratico delle password è il NIST SP 800-63B “Digital Identity Guidelines – Authentication and Lifecycle Management”.

Il cambio di orientamento che troviamo in questo aggiornamento è notevole:

  • nel cap.5.1.1.2 “Memorized Secret Verifiers”, alla pagina 14 del documento citato, leggiamo che: “Verifiers should not require memorized secrets to be changed arbitrarily (e.g., periodically). However, verifiers shall force a change if there is evidence of compromise of the authenticator”.

Quindi, obbligare arbitrariamente le persone a cambiare periodicamente le password (definite “memorized secrets”) non è più considerata una pratica utile, anzi può portare l’utente ad utilizzare password banali per riuscire a ricordarle più facilmente.

In altre parole, le politiche di scadenza delle password fanno più male che bene, perché inducono gli utenti ad impostare password molto prevedibili e strettamente correlate tra loro: quindi la password successiva può essere dedotta sulla base della password precedente. Si aggiunge, tuttavia, che la password andrebbe comunque cambiata se c’è il sospetto o l’evidenza di una sua compromissione, anche perché le password, quando rubate, vengono sfruttate in tempi brevi: i cyber criminali usano quasi sempre le credenziali delle loro vittime non appena le compromettono.

La scadenza periodica della password è quindi una difesa solo contro la probabilità che una password venga rubata durante il suo intervallo di validità e venga utilizzata da un attaccante. Se una password non viene mai compromessa, non c’è bisogno di cambiarla, se si ha la prova – o il sospetto – che una password sia stata rubata, è opportuno che si agisca immediatamente piuttosto che aspettarne la scadenza per risolvere il problema.

Oggi, quindi, le linee guida più moderne suggeriscono di non obbligare l’utente a modificare frequentemente le password: tra i primi ad aver abbracciato questa impostazione c’è il National Cyber Security Centre (NCSC) della Gran Bretagna che ha aggiornato in tal senso la propria guida: “Password Guidance: Simplifying Your Approach”.

Anche Microsoft ha rinnovato la sua “Microsoft Password Guidance”, abbandonando la policy di scadenza delle password. Lo possiamo vedere nel documento rilasciato a maggio 2019 “Security baseline (FINAL) for Windows 10 v1903 and Windows Server v1903”.

Secondo quanto scritto in tale documento, Microsoft non raccomanderà più una policy che imponga agli utenti di cambiare periodicamente le loro password. E lo motiva con gli stessi argomenti usati dal NIST: “Quando gli esseri umani sono costretti a cambiare le loro password, troppo spesso fanno una piccola e prevedibile alterazione delle password esistenti e/o dimenticano le nuove password”.

Purtroppo, queste regole non sono state invece recepite dalla grande maggioranza delle aziende e dei siti – soprattutto quelli italiani, compresi i siti bancari – che continuano ad imporre il cambio periodico della password.

Nei paragrafi successivi vengono indicate altre utili linee guida, improntate al buon senso ed alla praticità d’uso.

  • La lunghezza minima per la password dovrebbe essere di almeno 8 caratteri, ma deve essere consentita una lunghezza massima di almeno 64 caratteri. E tutti i caratteri ASCII (RFC 20) dovrebbero essere accettati. È imbarazzante vedere ancora oggi molti siti che impongono lunghezze massime risibili e che addirittura non accettano i caratteri speciali. Questa limitazione, da considerarsi non più accettabile, è spesso causata dall’utilizzo di sistemi “legacy” che non permettono l’uso di password più lunghe di 8 caratteri e/o non accettano i caratteri speciali (o ne accettano solo alcuni).
  • Non dovrebbero essere imposte “regole di composizione”, come quelle che richiedono, per esempio, “un numero ed un carattere speciale”. È noto, infatti che in questi casi il pattern statisticamente più utilizzato dagli utenti è: maiuscola all’inizio, numeri e caratteri speciali in fondo. Questo serve solo a dare indicazioni all’attaccante che potrà limitare il numero di tentativi, concentrando l’attacco brute force sulle password più probabilmente usate dagli utenti.
  • Anche l’imposizione delle famigerate domande di sicurezza è deprecata dal NIST, che invita a non richiederle. Tali domande (dette “hint”, suggerimento) sono in genere di questo tipo:
Il nome del tuo primo animale?
La tua squadra del cuore?

Le risposte saranno molto banali e chi ci conosce potrebbe facilmente indovinarle.

  • Altra utile indicazione del NIST è che: “I verificatori dovrebbero consentire ai richiedenti di utilizzare la funzionalità di “incolla” quando si inserisce una password”. Questo facilita anche l’uso dei gestori di password (i password manager), che sono ampiamente consigliati e che aumentano la probabilità che gli utenti scelgano password più forti.
  • Ovviamente è anche consigliata l’autenticazione a due fattori, per la quale vengono esaminate le varie modalità disponibili. Per maggior sicurezza – e nella logica dell’autenticazione multi-fattore – lo smartphone deve essere preventivamente attivato da “qualcosa che sai” (una password di sblocco) oppure da “qualcosa che sei” (l’impronta digitale, la faccia ecc.).

Quest’ultimo non è un passaggio da sottovalutare e ci fa capire perché, con l’entrata in vigore della Direttiva (UE) 2015/2366 nota come PSD2 (recepita dall’Italia con il D.lgs. 15 dicembre 2017, n. 218), non sono più ammessi i token hardware (quelle chiavette in plastica che generavano un codice a 6 numeri) per l’autenticazione nei siti bancari: erano dispositivi non sicuri, perché potevano essere attivati senza alcun codice di sicurezza. Quindi in caso di furto o smarrimento, chiunque avrebbe potuto utilizzarli.

app, Informatica Generale, online, privacy, Sicurezza Informatica

Virus Wathsapp 2019 : tutte le info.

Il 14 maggio 2019 in una nota ufficiale Facebook ha dichiarato che all’inizio del mese ha scoperto l’esistenza di uno spyware che sfrutta una vulnerabilità della funzione di chiamate vocali di WhatsApp; nello stesso momento, ha anche assicurato di aver trovato il bug e di averlo sanato rilasciando un aggiornamento dell’applicazione.

Spyware

uno spyware è un tipo di software che raccoglie informazioni riguardanti l’attività online di un utente (siti visitati, acquisti eseguiti in rete etc) senza il suo consenso, trasmettendole tramite Internet ad un’organizzazione che le utilizzerà per trarne profitto, solitamente attraverso l’invio di pubblicità mirata, ma anche con fini di spionaggio.

Il codice malevolo viene inviato sullo smartphone che si vuole prendere di mira attraverso una telefonata. Non importa se l’utente abbia risposto oppure no, basta il contatto, essendo una chiamata che sfrutta la connessione dati, perché l’hacker abbia tutti gli strumenti per poter installare il trojan, entrare nelle chat criptate, monitorare le chiamate, attivare il microfono e la fotocamera, accedere alle foto, ai contatti e a qualunque altra informazione che si trova sul telefono.

Lo spyware, secondo le firme rinvenute, pare essere stato sviluppato da una società informatica israeliana. Un portavoce della società ha parlato di «una società nota per lavorare con i governi per fornire spyware che hanno la capacità di controllare i sistemi operativi dei telefoni cellulari». Questo spyware, in realtà, non è nuovo, ma un aggiornamento di un’altra tecnologia sviluppata dalla stessa società israeliana una decina di anni fa; un software talmente potente che il ministero della Difesa israeliano aveva deciso di regolarne la vendita.
Tale software viene di norma fornito ai governi ed alle agenzie internazionali con l’obiettivo di aiutare la lotta al crimine e al terrorismo. Secondo alcuni ricercatori dell’università di Toronto, il software è stato in generale usato in 45 Paesi diversi per spiare dissidenti, giornalisti o civili.

Il nuovo Pegasus, lo spyware denunciato da Facebook il 14 maggio, può colpire l’app di WhatsApp per qualunque sistema operativo.

Le versioni coinvolte sono:
— WhatsApp per Android precedenti alla 2.19.134
— WhatsApp Business per Android precedenti alla 2.19.44
— WhatsApp per iOS precedenti alla 2.19.51
— Whatsapp Business per iOS precedenti alla 2.19.51
— WhatsApp per Windows Phone precedenti alla 2.18.348
— WhatsApp per Tizen precedenti alla 2.18.15

E’ fondamentale è assicurarsi di aver aggiornato l’applicazione, andando sullo Store (Google Play o App Store) e controllando se la versione di WhatsApp attualmente installata sul nostro smartphone è l’ultima disponibile. Il secondo passo è sul sistema operativo: anche questo deve sempre essere aggiornato all’ultima versione possibile.

Dobbiamo sempre ricordare inoltre che la tecnologia viaggia di pari passo con lo sviluppo del mondo del cyber-crime e che certi strumenti diventano per noi “vitali” nella stessa misura in cui, i criminali, si ingegnano per renderli sempre meno sicuri.

Per qualsiasi domanda o approfondimento, sono a dispozione.

Informatica Generale, Microsoft, ransomware, Sicurezza Informatica

Nuova truffa “Microsoft like”

E’ in atto una nuova ondata di truffe ai danni di utenti che, navigando su normali web-site, si trovano improvvisamente davanti ad un messaggio di Warning all’apparenza proveniente da Microsoft:


“Security warning: Il tuo computer è stato bloccato. Errore #DW6VB36. Per favore chiamaci immediatamente al numero +39 0694804XXX. Non ignorare questo avviso critico. Se chiudi questa pagina, l’accesso del tuo computer sarà disattivato per impedire ulteriori danni alla nostra rete. Il tuo computer ci ha avvisato di essere stato infestato con virus e spyware. Sono state rubate le seguenti informazioni: Accesso Facebook, Dettagli carta di credito, Accesso account e-mail, Foto conservate su questo computer.
Devi contattarci immediatamente in modo che i nostri ingegneri possano illustrarti il processo di rimozione per via telefonica. Per favore chiamaci entro i prossimi 5 minuti per impedire che il tuo computer venga disattivato. Chiama per ricevere supporto: +390694804XXX.”


Falsi avvisi di questo tipo sono apparsi anche in passato e sotto altre forme. 
E’ importante sottolineare che a fronte della visualizzazione del messaggio non vi è alcun furto di dati personali né infezione da virus. Chiudendo la navigazione, infatti, il computer continua a funzionare normalmente.
Chiamando, invece, il numero indicato e seguendo le istruzioni telefoniche del presunto operatore, il computer viene messo disposizione del truffatore tramite assistenza remota consentendogli, in questo modo, di installare programmi illeciti e virus.
Il costo dell’intervento per il finto “sblocco” ammonta intorno ad un centinaio di euro.


La Polizia Postale e delle Comunicazioni raccomanda di ignorare avvisi di questo tipo anche quando esercitano una forte pressione psicologica. Se avvisi di questo tipo si ripetono costantemente, è opportuno effettuare una scansione con un antivirus aggiornato per rimuovere un eventuale malware pubblicitario (adware).
Infine, è sempre necessario installare un antivirus ed aggiornarlo costantemente su tutti i dispositivi. 
E’ bene ricordare che quando la rete presenta una situazione inaspettata, è sempre necessario documentarsi prima di prendere ogni decisione.

A disposizione per qualsiasi richiesta o chiarimento.

Informatica Generale, ransomware, Recensioni, Sicurezza Informatica

Yoroi rende disponibile al pubblico ‘Yomi’

Una delle aziende con cui collaboro ormai da diversi anni e che ho scelto come partner aziendale in ambito security è Yoroi: azienda italiana con sede a Cesena è senza dubbio fiore all’occhiello d’eccellenza in ambito di Cyber Security in Italia.

Yoroi ha recentemente deciso di rendere gratuitamente pubblico ‘Yomi, uno dei suoi innovativi e potenti strumenti atti a rilevare, analizzare e bloccare i software dannosi. Come dice il nome, “Yomi: The Malware Hunter“, è infatti una piattaforma online per la rilevazione e la gestione in sicurezza di malware informatici.; basato su tecnologia open source italiana da oggi può essere usata anche dai singoli individui, gratuitamente.

Ma che cos’è Yomi?

Già soprannominata dalla stampa come “Il cimitero dei virus” all’epoca del suo lancio in versione beta, la piattaforma Yomi, ulteriormente perfezionata, è una pagina web in grado di “digerire” e detonare nel suo recinto di sabbia (sandbox) documenti dannosi, file eseguibili, installatori e script senza alcun pericolo. La “detonazione” avviene infatti in una maniera controllata, registrando il comportamento di ogni file potenzialmente dannoso dentro un ambiente personalizzato e progettato per sconfiggere le tecniche di evasione più avanzate messe in atto da chi diffonde il malware.

Detto in parole povere, se ci ritroviamo un file sospetto e vogliamo verificarlo, possiamo caricarlo gratuitamente dentro Yomi che lo “eseguirà” in una zona protetta e restituirà in output un report dettagliato sul tipo di minaccia e il suo comportamento.

“Compito di Yomi è di contribuire a rendere il cyberspace più sicuro per tutti – ha detto Marco Ramilli di Yoroi -, e per questo ne facciamo dono alla comunità italiana di info-security.”

Il malware rappresenta un potente strumento per il cybercrime in tutto il mondo e, con oltre 856 milioni di campioni identificati durante l’ultimo anno è, senza dubbio, uno dei principali tipi di minaccia che aziende e organizzazioni affrontano ogni giorno per gestire la propria attività con grande impegno di tempo, risorse e denaro, mettendo a rischio la propria reputazione e gli asset dei loro clienti.

Le minacce malware hanno sviluppato in questi anni la capacità di eludere ogni rilevamento, scavalcando le barriere di sicurezza e rimanendo in silenzio fino a scatenare il loro potenziale malevolo, consentendo ad hacker malvagi, cyber-criminali e spie di rubare segreti, dati, beni digitali e denaro, compromettendo processi aziendali e persino vite umane quando colpiscono le infrastrutture critiche. Per divertimento e profitto.

Per tutti questi motivi ‘Yomi’ è il contributo italiano alla battaglia contro il malware dedicato ai professionisti della sicurezza, alle comunità di intelligence, ai CERT e ai CSIRT che vorranno usarlo.

Il software di Yomi è in grado di condurre un’analisi multilivello sui software malevoli: statica, dinamica e comportamentale, per aiutare gli analisti umani a comprendere la dinamica dell’esecuzione del codice dannoso risparmiando tempo e denaro, può analizzare una grande varietà di tipi di file, per ogni tipo di esigenza, sia privata che aziendale, per realtà di piccole e di grandi dimensioni, compresi i pericoli che preoccupano di più i gli utenti comuni e che derivano dal trattamento di documenti PDF, Office, Powerpoint, Word o Excel, anche nei formati compressi.

Yomi è anche capace di ispezionare gli indirizzi e i domini di rete e presenta funzionalità di analisi SSL, per consentire ai cacciatori di malware di riconoscere le minacce nascoste che sfruttano la protezione crittografica.

La piattaforma creata da Yoroi presenta diverse caratteristiche innovative nel panorama dell’analisi delle minacce informatiche. Mentre è possibile condividere con la comunità le proprie scoperte ‘Yomi’ rende anche possibile decidere – per questioni di privacy o di segretezza – di richiedere report privati per i campioni analizzati attraverso la sua piattaforma.

Per provare “Yomi: The Malware Hunter” clicca qui.

Oppure contattami pure per una demo-training sul suo utilizzo.

Informatica Generale, online, Recensioni, Sicurezza Informatica, social network

Comunicazione = Conoscienza + Credibilità + Contenuti

Dopo quasi 11 anni nel mondo Informatico diviso tra Azienda e libera professione ho deciso di ricominciare a dedicare del tempo all’accrescimento delle mie skills arricchendo il mio bagaglio culturale con nuove prospettive.

Ho passato quindi gli ultimi 5 anni a studiare i fenomeni che gravitano attorno alla Sicurezza Informatica specializzandomi nel settore.
Ho superato con profitto un corso di Alta Formazione per conseguire la qualifica di Ethical Hacking in modo da comprendere a fondo le azioni che vengono intraprese dagli “offenders” stando dalla parte opposta della barricata.

Ho analizzato le motivazioni che spingono a queste azioni, andando a studiare non solo i fenomeni relativi agli attacchi Informatici ma anche quelli verso la persona come il Cyberbullismo, il Revenge Porn, il Digital Stalking e via dicendo.

Ho iniziato a collaborare in modo pro-attivo con la Polizia Postale e delle Comunicazioni del Friuli Venezia Giulia condividendo nuove scoperte e esperienze on-field.

Tutto questo mi ha portato ad interessarmi da vicino alle dinamiche psicologiche che attraversano le menti di questi individui cercando, in ottica di prevenzione, di imparare a leggere tra le righe della ordinaria comunicazione, imparando a distinguere i messaggi evocativi che si nascondono dietro a un immagine, a un Like, a una richiesta di contatto. Tutte le azioni che compiamo sono finalizzate a comunicare qualcosa.

Analizzare il comportamento della gente online significa catalogare un mondo infinito di personalità diverse, milioni di puzzle da comporre ma anche un altrettanto esercito di anime da proteggere, perchè sì la comunicazione è veicolo di divulgazione ma è anche arma, e sui social siamo tutti potenziali vittime e carnefici.

La commistione di queste mie curiosità ha dato alito di vita a una passione che ben presto si è tradotta in una pseudo-attività professionale utile nel mondo della comunicazione social di massa.

Raggiungere un obiettivo utilizzando i Social Network come strumento, sfruttando le conoscenze maturate sulla personalità degli individui online, unite alle skills in ambito informatico, il tutto sapendo muoversi in modo organico, legittimo e trasparente in un mondo in cui ritagliarsi un minimo di credibilità è impresa davvero audace.

Non esiste il Copy Writer perfetto, non esiste il Social Media Manager perfetto e non esiste il perfetto Security Expert, quello che può però fare la differenza è uno studio delle fattispecie, unito alla conoscenza di determinati comportamenti ed unito ad una strategia comunicativa consolidata; questa formula chimica complessa non deve necessariamente tradursi in una sola figura, ma anche in un team.

Volendo esplicitare tutto questo in una formula la tradurrei in C.C.C. (Conoscenza, Credibilità e Contenuti).

La Conoscenza è pilastro fondamentale:

  • bisogna conoscere gli strumenti con cui ci si appresta a lavorare, e per conoscere intendo padroneggiarli al punto di saperli spiegare individuandone pregi e difetti e sapendo calcolare, nel computo delle variabili in gioco, i rischi e gli effetti negativi che una campagna social inevitabilmente genera. Conoscere non è solo “saper usare“;
  • bisogna conoscere in modo approfondito il comportamento medio delle persone che utilizzano i Social, bisogna essere in grado di calarsi nei panni del maggior numero di personalità differenti in modo da poter elaborare una strategia comunicativa che copra il maggior numero di casi.
    Sì, bisogna essere anche un pò esperti della mente per saper comunicare con efficacia, bisogna studiare affinché con una sola frase si riesca a raggiungere il maggior numero di persone possibile, più corta è la frase più possibilità ho di farcela;

Per far capire qualcosa all’uditorio del web bisogna innanzitutto sapere cosa la gente del web è disposta a capire, cosa vuole capire.
La consapevolezza di ciò che stiamo comunicando può portarci a stimare, ad esempio, che la foto di un determinato prodotto creerà una certa copertura, ma la conoscenza di cui parlo sopra ci può portare ad avere informazioni in più, ci farà sapere che la copertura sarà ancora maggiore nella foto che ritrae lo stesso prodotto in compagnia di un animale ed ancora maggiore se si tratta di un gatto o di un cane.
Sono dati che stanno lì, nella più grande banca dati dell’universo : il web.
Capire cosa si celi dietro a questo assioma però non basta, bisogna conoscere a fondo le dinamiche che stanno a monte di ciò, per conoscerle bisogna documentarsi;

  • bisogna conoscere quello che c’è stato fino a prima in rete, sapendo individuare gli errori da non fare, analizzando a fondo le campagne di mal-informazione cercando in qualche modo di capire cosa attira le persone a tal punto da indurle a cadere nei tranelli; la conoscenza è la via che ci porta alla Credibilità, altro requisito fondamentale per una corretta comunicazione.
  • bisogna conoscere cosa si deve fare ma sopratutto sapere cosa NON si deve fare; è il punto di partenza verso il raggiungimento della Credibilità.

Ora, so’ che cosa devo comunicare.
So che cosa cerca un determinato target di persone e so in che modo devo dirglielo e sopratutto so come NON devo dirglielo.
Se anche i Contenuti che gli porto sono validi allora ho raggiunto il mio obiettivo, ovvero quello di creare Engagement.

Sì, perché la comunicazione ha sempre un fine ultimo e questo è ottenere qualcosa dalla persona con cui comunichiamo, sia anche solo il trasferimento corretto di un concetto o, come nel caso del Social Media Marketing, l‘ottenimento di un potenziale profitto da cliente.

Il reclutamento di potenziali clienti, da qui la parola “Engagement” dall’inglese “to engage” che vuol dire “reclutare”.

Non è una scienza esatta, è un percorso che si costruisce mattone per mattone.

A breve con nuovi contenuti.

Informatica Generale, Microsoft, ransomware, Sicurezza Informatica

Vulnerabilità 0-day su sistemi Microsoft Windows

Nell’ottica di garantire un servizio di informazione reattivo e sicuro mi preme riferire relativamente alla recente scoperta di una importante vulnerabilità all’interno dei moderni sistemi operativi Microsoft Windows. La criticità è nota con l’identificativo CVE-2019-0797.

La problematica è originata da degli errori di gestione degli oggetti in memoria del componente Win32k che un attaccante, con accesso locale alla macchina, può sfruttare al fine di ottenere privilegi amministrativi su di essa, prendendone in completo controllo ed evadendo restrizioni e policy di sicurezza. Un cosiddetto attacco di “privilege-escalation“.

La vulnerabilità è stata ribattezzata “The fourth horseman” (il quarto cavaliere) per via del fatto che è la quarta vulnerabilità di privilege escalation scoperta nell’ultimo anno su Microsoft Windows.

Ricercatori di terze parti hanno rilevato lo sfruttamento di questa vulnerabilità in recenti attacchi ai danni di sistemi operativi Windows 10, operati da parte di attori malevoli attivi nell’area Mediorientale e Asiatica.

Questo il loro rimando tecnico dettagliato

Microsoft è corso subito ai ripari ammettendo la problematica e confermandola attraverso un apposito bollettino di sicurezza, ove risultano afflitte le versioni 32 e 64 bit di Microsoft Windows Server 2012, 2012 R2, 2016, 2019, Microsoft Windows 8.1 e 10, anche per architetture ARM64.

Per via dei correnti abusi registrati in-the-wild e del rischio di ulteriori sfruttamenti anche in scenari di attacco basati su malware, mi sento di suggerire la pianificazione e l’applicazione del pacchetto di sicurezza “March 2019 Security Updates”, rilasciato da Microsoft in questi giorni, all’interno del Vostro parco macchine Microsoft Windows.

Come al solito sono a disposizione per ulteriori chiarimenti o perplessità.

Informatica Generale, Sicurezza Informatica

Carte Contact Less : la facilità nel clonarle

La tecnologia “contactless” sta diventando sempre più comune come mezzo per effettuare pagamenti o inviare informazioni.
Lo sviluppo rapido di questo processo è reso possibile grazie ad uno sviluppo tecnologico noto come Near Field Communication (NFC) e funziona tramite un chip wireless sul quale sono memorizzati i dettagli della carta di pagamento dell’utente, chip che può essere presente sia in un telefono cellulare che in una carta di credito o bancomat.

Tale tecnologia consente agli utenti di poter effettuare pagamenti fino ad un massimo di 25 € presso negozi e altri punti vendita semplicemente avvicinando lo smartphone o la carta ad un apposito lettore di schede, senza dover inserire fisicamente la carta stessa o digitare il PIN.
Pur essendo un comodo sistema per effettuare i pagamenti, gli utenti che utilizzano questa tecnologia sono esposti a potenziali problemi legati alla sicurezza.

Quali sono i rischi?

  • Pagare inconsapevolmente l’acquisto effettuato da un altro utente a causa della troppa vicinanza dello smartphone o della carta al lettore di schede;
  • Possibilità che il segnale wireless della carta o dello smartphone venga intercettato e le informazioni “finanziarie” rubate.

Questo secondo rischio è facilmente spiegato :

Nella contactless non c’è nient’altro che un chip RFID (Radio Frequency Identification) che contiene sotto forma di TAG i dati necessari alle transazioni.
Accostando la carta al lettore, avviene uno scambio di energia per induzione, e il chip della carta viene alimentato.
In quella frazione di secondo, tutti i dati presenti, possono essere modificati, aggiornati e soprattutto letti.
È in quel momento che la carta contactless può essere clonata.

Visto in questi termini, un malintenzionato potrebbe teoricamente rubare i dati necessari, semplicemente avvicinando un lettore alla nostra carta.

Siamo abituati a dei lettori POS che richiedono di accostare tantissimo la carta perché la comunicazione possa avvenire, ma non vuol dire che siano gli unici. In realtà per chi vuole frodare, con poche centinaia di euro, può acquistare un’antenna RFID con una portata che può arrivare anche a 12 m.
Quindi, non è necessario accostarsi più di tanto alla vittima perché questa si ritrovi con la carta contactless clonata.

Il side-channel, ossia il possibile attacco di pirati informatici nel tentativo di intercettare segnali utili da cui estrapolare i dati, avviene grazie alla tecnica del power-glitch.

Questa consiste nell’interruzione momentanea dell’alimentazione tra carta e lettore, così da guadagnare tempo e leggere più volte la comunicazione nel tentativo di rintracciare la chiave segreta.
Un truffatore, potrebbe tranquillamente sostare all’esterno di un’attività commerciale con un’antenna in borsa, mentre questa raccoglie i dati delle carte da utilizzare in seguito, magari per acquisti online, se la carta di origine non è protetta da password, oppure come carta di credito contact-less clonata, per piccoli acquisti.

Attualmente la chiave segreta di protezione è modificata frequentemente, nel tentativo di ridurre così le probabilità di furto di dati.
Sono allo studio anche nuovi microchip in grado di auto alimentarsi, vanificando così il power-glitch, ma in attesa che questa nuova tecnologia anti truffa sia migliorata, stiamo attenti al nostro estratto conto e controlliamo eventuali transazioni che non ricordiamo di aver fatto.

I consigli

  • Se si utilizza uno smartphone dotato di NFC, assicurati che sia sempre bloccato, quando non in uso, tramite un PIN, che è necessario cambiare regolarmente;
  • Presta particolare attenzione a non perdere o danneggiare lo smartphone/carta perché, in effetti, è un altro portafoglio;
  • Proteggi le tue carte di pagamento contactless custodendole in particolari custodie in modo che non possano essere intercettati i dati trasmessi;
  • Assicurati di leggere attentamente i termini e le condizioni della tua banca o del circuito che rilascia la carta di credito in relazione alla responsabilità in caso di pagamento errato o violazione della sicurezza;
  • Controlla frequentemente i tuoi movimenti bancari e della tua carta di credito
Informatica Generale, Microsoft, ransomware, Sicurezza Informatica

Occhio alle mail DHL, sono vettori di LokiBot

Nel corso delle attività di routine volte allo studio e all’analisi del traffico mail e delle evoluzioni tecnologiche nel cybercrime, è stata recentemente rilevata una campagna di phishing tesa a diffondere il pericoloso trojan noto come LokiBot.

LokiBot, è un trojan bancario, nato per i dispositivi mobili, con anche funzionalità di ransomware, nella seconda metà del 2018 la sua pericolosità è aumentata in quanto si sono manifestate infezioni e propagazioni anche in ambiente Windows, quindi l’habitat di propagazione della minaccia si è esteso ai PC.

In maniera analoga ad altri trojan del settore, come BankBot, LokiBot prende di mira un gran numero di applicazioni bancarie, mostrando all’utente false schermate di login mediante le quali cattura le credenziali di autenticazione e le invia ai server C&C controllati dai cybercriminali, è in grado di “falsificare” più di 100 app bancarie, oltre ad alcune app di ampia diffusione quali Facebook, Messenger, Google Play Games, Microsoft Outlook, PayPal, Skype, WhatsApp e Viber.

Le caratteristiche sono piuttosto comuni e già viste in altri trojan bancari, oltre ad alcune specifiche di questa nuova famiglia.

Questo malware è infatti in grado di:

  • Aprire un browser mobile, caricare un URL specifico e installare un proxy SOCKS5 mediante il quale redirigere il traffico di rete in uscita (analogamente a SockBot);
  • Rispondere automaticamente agli SMS e inviare SMS di spam a tutti i contatti della vittima allo scopo di diffondere l’infezione;
  • Mostrare false notifiche apparentemente provenienti da app legittime. (Quest’ultima funzione consente al malware di indurre l’utente ad aprire l’app della propria banca facendogli credere, ad esempio, di aver ricevuto un accredito sul proprio conto corrente. Quando l’utente apre la notifica, LokiBot mostra la falsa schermata per l’inserimento delle credenziali)

La diffusione rilevata avviene tramite false notifiche DHL in lingua inglese. Con sofisticate tecniche di ingegneria sociale, gli attaccanti cercano di indurre le vittime a cliccare su un link presente nel corpo del testo che rinvia ad un’immagine sfocata. Se l’utente fa doppio click sull’immagine (quasi un riflesso incondizionato quando si vuole ingrandire una foto), si avvia il download di un archivio .iso contenente un file eseguibile. Questo procede al lancio del software legittimo di Windows “RegAsm.exe” dentro il quale verrà poi iniettato il codice di LokiBot.

regasm.exe

Lo strumento di registrazione di assembly legge i metadati all’interno di un assembly e aggiunge al Registro di sistema le voci necessarie per consentire ai client COM di creare classi di .NET Framework in modo trasparente. (fonte Microsoft)

Lo scopo principale della minaccia è quello di esfiltrare password dai più popolari browser (Explorer, Firefox, Chrome, Opera, Safari, Yandex ecc), da client mail (Outlook, Thunderbird, ecc) e client FTP (BlazeFTP, ClassicFTP, FileZille ecc).

Vi invito quindi a fare estrema attenzione alle e-mail provenienti da mittenti DHL o altri vettori / corrieri, aprendo gli allegati solo ed esclusivamente se si è certi della provenienza.

Nel prossimo articolo riprenderò il tema dell’ingegneria sociale applicata al cybercrime.