Informatica Generale, Sicurezza Informatica

Ma Smart Working che?

In questo periodo particolarmente strano ci troviamo a lavorare in un contesto totalmente nuovo, operare in telelavoro infatti, comporta la perdita del contatto di prossimità che di solito si ha tra uffici e che ci consente di alzarci ed andare dal collega a chiedere spiegazioni, oppure di telefonargli.

Solitamente questa prassi è utile per risolvere rapidamente i classici “misunderstanding” derivati dall’impersonalità dei toni usati nelle mail o dalla poca chiarezza dello “slang” tecnico.

Mai come in questo periodo le Aziende hanno dovuto attingere ai loro dipartimenti IT o alle aree esterne di consulenza, ed il nostro settore si è dimostrato, una volta su tutte, il vero punto nevralgico di qualsiasi struttura aziendale.

Per carità però, non parlatemi di Smart Working, quello è un’altra cosa.

Sì perché lo “smart” a cui si fa riferimento, rappresenta l’agilità e l’intelligenza (o ingegno), un modo di lavorare che sta al di sopra degli spazi e dei luoghi, degli orari e delle persone, un perfetto elisir che ha come solo ed unico obiettivo l’ottimizzazione degli sforzi per arrivare al target.

E’ chiaro dunque che lo Smart Working ha alla base una mentalità moderna che ha come focus la qualità del lavoro e non la quantità.

L’emergenza sanitaria che ci troviamo ad affrontare ha messo le Aziende davanti alla necessità di proteggere i propri dipendenti isolandoli nelle loro abitazioni, sgretolando uno dei “mostri sacri” dell’aziendalismo anni ’80-’90 : “la timbratura del cartellino”.

Eh Sì, seppur di Fantozziana memora, quello del cartellino è il simbolo dell’Azienda Italiana, un ingranaggio a tempo (8h) rinchiuso in una scatola  a 6 mura che per la prima volta deve essere spento a tempo indeterminato.

Qui più di qualche asino è cascato.

Le Aziende che già erano “smart” non hanno batutto ciglio, continuando a garantire la continuity del loro business. Ma le altre?

Le altre hanno dovuto fare i conti con il fatto che siamo nel 2020 e che alcuni luoghi comuni vanno smembrati.

E allora via:

  • Assalto dei negozi di portatili per riuscire a fornire a tutti un dispositivo aziendale pulito e sicuro sul quale poter lavorare sui sistemi e dati aziendali. Sì perché non è consigliato far utilizzare agli utenti i dispositivi personali, non sono compliance con le policy aziendali di sicurezza e per lo piu non sono controllabili dall’azienda che non sa che fine fanno i propri dati una volta transitati su questi PC. 
  • Boom di servizi VPN : per lavorare da casa in sicurezza è necessario disporre di una connessione VPN cifrata con l’azienda, perché le linee pubbliche utilizzate per connettersi a Internet sono facilmente intercettabili, soprattutto perché non dispongono di firewall. Ma anche qui, quante aziende erano pronte? Molte aziende hanno dovuto far ricorso in extremis a terze parti per avere un servizio di questo genere, molte altre si sono trovate davanti a macchine client obsolete su cui non era possibile installare il client VPN. Ma la vera domanda è piusttosto : come hanno fatto senza fino a ieri? La risposta potrebbe essere da brividi quindi non mi addentro, ma prometto un articolo a parte).

E ancora, possiamo aggiungere problematiche relative alla latenza delle linee, all’inadeguatezza delle infrastrutture gestionali, alla reticenza degli utenti a modificare il proprio metodo di lavoro uscendo dallo schema binario a favore di un dinamismo più fruttuoso. Ma non è colpa dell’utente, quello fa quello che gli dicono di fare, e soprautto come lo ha sempre fatto, sta all’Azienda formare e sguire gli utenti nel processo di modernizzazione, l’utente finale è la vera risorsa dell’azienda, non l’ultima versione di Windows (!!!).

Questo cari Lettori, non può essere definito Smart Working, non c’è nulla di intelligente nel farsi trovare impreparati e rattoppare alla meglio una situazione che dovrebbe essere già di per sé una routine.

Questo è tele-lavoro e meno male che c’è perché altrimenti molte aziende avrebbero dovuto fermarsi (molte lo hanno fatto).

Quello che deve farci riflettere però, al di là delle congetture lessicali, è che nelle Nostre Aziende, oggi, nel 2020, non esiste un piano B.

Gli IT Manager si riempiono la bocca con progetti di Disaster Recovery, buoni per lo più a riempire risme di carta ed arricchire gli addetti ai lavori, ma poi nella pratica?

Non è forse anche questa una azione di DR? Il caso in cui la sede, pur funzionando, non è praticabile, accessibile?

Lo è.

Volete un esempio partico e reale?

Azienda “Pippo spa”, infrastruttura informatica importante, sito di produzione su 2 ambienti ridondati, sito di backup su un terzo ambiente separato e sito di replica geograficamente distaccato.

Tutto perfetto sulla carta. Arriva il Covid-19, l’Azienda deve lasciare a casa il personale.
Non ci sono le strumentazioni per far lavorare le persone da casa ,perché tutti gli uffici hanno i pc fissi.
L’Azienda si deve fermare.

Quindi tutto questo per dire cosa:

Smart Working, è (o meglio deve essere) tutti i giorni. 

E non vuol dire lavorare da casa, o dalla spiaggia, vuol dire lavorare in modo intelligente e ottimizzato, analizzando a 360 gradi tutte i possibili scenari della vita aziendale.  Pianificando e interagendo tra BU in modo da disegnare un dinamismo che giovi all’intero business e consenta all’azienda di essere sicura di poter operare in ogni contesto.

La pianificazione e la condivisione stanno alla base di tutto, non c’è virtuosismo che tenga.

Informatica Generale, Microsoft, Recensioni, Sicurezza Informatica

Bye Bye Windows 7 : EOL!

Quando è stato rilasciato Windows 7, il 22 ottobre 2009, Microsoft si è impegnata a fornire 10 anni di supporto tecnico.
Questo periodo di 10 anni è ormai terminato e Microsoft ha interrotto il supporto in modo da potersi concentrare sulle tecnologie più recenti e sulle nuove user-experiences.

Il giorno specifico del fine-supporto per Windows 7 è stato il 14 gennaio 2020, data dalla quale l’assistenza tecnica e gli aggiornamenti software di Windows Update, che ti permettono di proteggere il PC, non sono più disponibili per il prodotto.

Microsoft (e non solo) consiglia vivamente di passare a Windows 10 per evitare che, in caso di bisogno, l’assistenza o il supporto non siano più disponibili.

Cosa comporta la fine del supporto ?

Come detto, dopo il 14 gennaio 2020 i PC in cui è in esecuzione Windows 7 non riceveranno più gli aggiornamenti della sicurezza, pertanto, è importante eseguire l’aggiornamento ad un sistema operativo moderno, ad esempio Windows 10, che può fornire gli ultimi aggiornamenti per mantenere i tuoi dati più sicuri.

Cosa si può fare?

Alla maggior parte degli utenti di Windows 7 conviene passare a un nuovo dispositivo con Windows 10, in virtù del fatto che i moderni PC sono più veloci, leggeri, ma anche potenti e più sicuri e con un prezzo medio considerevolmente inferiore rispetto a quelli di 10 anni fa.
E’ sicuramente possible anche effettuare l’upgrade del proprio PC a Windows 10 anche se non è da sottovalutare il salto tecnologico che in questi anni è stato abbastanza notevole.
E’ importante sapere però che l’aggiornamento del software ha un costo (quello della licenza completa del sistema operativo) e nel complesso quindi è conveniente acquistare un nuovo dispositivo, tecnologicamente al passo e con incluso il sistema operativo.

Ma l’aggiornmento gratuito?

L’offerta di aggiornamento gratuito a Windows 10 c’è stata per svariati mesi ed è scaduta il 29 luglio 2016.
Per ottenere l’aggiornamento a Windows 10 l’utente sarà costretto ad acquistare un nuovo dispositivo o, se ha un PC compatibile, una versione completa del software per aggiornare il dispositivo esistente. Il consiglio è di non installare Windows 10 in un dispositivo meno recente poiché alcuni dispositivi Windows 7 non sono compatibili con Windows 10 o potrebbero offrire una disponibilità ridotta delle funzionalità.

Che cosa accade se continuo a usare Windows 7?

Continuare ad usare Windows 7 dopo il termine del supporto, sarà possibile, ma il PC (e di conseguenza i suoi dati) sarà più vulnerabile ai rischi per la sicurezza e ai virus e non riceverà più da Microsoft gli aggiornamenti software, inclusi gli aggiornamenti della sicurezza, oltretutto piano piano anche le periferiche integrate e quelle esterne comincieranno a patire il fatto di non ricevere aggiornamenti (la maggior parte dei vendor manda gli update dell’hardware attraverso i Windows Update).

Internet Explorer continuerà a essere supportato in Windows 7?

Anche il supporto per Internet Explorer su un dispositivo Windows 7 è stato interrotto il 14 gennaio 2020.
In quanto componente di Windows, Internet Explorer segue il ciclo di vita del supporto del sistema operativo Windows su cui è installato.

Informatica Generale, Microsoft, ransomware, Sicurezza Informatica

Sicurezza delle password: le nuove regole del NIST

Nel garantire la sicurezza delle password è un errore imporre all’utente la modifica periodica e di seguire specifiche regole di scrittura (del tipo “almeno una maiuscola e un numero”).
Lo sostiene l’ultima versione delle linee guida del NIST, ma le aziende italiane ancora ignorano queste utili raccomandazioni.

Cos’è il NIST .

Il NIST è il National Institute of Standards and Technology, un’ agenzia del governo degli Stati Uniti d’America che si occupa della gestione delle tecnologie e fa parte del DoC, Department of Commerce (Ministero del Commercio).
Nato nel 1901, ha come compito istituzionale quello di sviluppare standard tecnologici, in particolare pubblica i Federal Information Processing Standard (FIPS), che definiscono gli standard obbligatori del governo statunitense.


Ovviamente gli standard definiti dal NIST non sono cogenti in Europa, tuttavia per la loro autorevolezza sono considerati un punto di riferimento a livello mondiale.


Lo sono, per esempio, tutte le pubblicazioni FIPS che definiscono gli standard di crittografia il DES (Data Encryption Standard) e l’AES (Advanced Encryption Standard), e quelle che riguardano gli algoritmi di Hash.

Le nuove regole per le password sono nella serie NIST SP 800 , un insieme di documenti che descrivono le politiche, le procedure e le linee guida del governo federale degli Stati Uniti per i sistemi e le reti informatiche.

La regola, divenuta “universale”, di obbligare gli utenti a cambiare le proprie password ogni 3-6 mesi nasce proprio nel 2003 dal NIST: tra i consigli c’era quello di creare password con tutti i tipi caratteri e di cambiarle spesso. Considerata l’autorevolezza del NIST, il manuale venne adottato in tutto il mondo e le sue regole per creare password sicure sono rapidamente diventate uno standard, ma nel 2017 il NIST ha rivisto le proprie linee guida sulla gestione delle credenziali, rimuovendo la richiesta di cambio password periodico e aggiornando i requisiti di complessità. Questo è accaduto con la pubblicazione, a giugno 2017 dell’aggiornamento NIST SP 800-63 “Digital Identity Guidelines”.

Il NIST ritiene superate quelle regole indicate nel 2003, in virtù sopratutto dell’aumento della potenza di calcolo e dell’efficacia dei software di password cracking ora in circolazione.

Inoltre, come ben noto agli addetti ai lavori, la maggior parte delle persone tende ad usare sempre le stesse tecniche di creazione delle password, per esempio – la parola “password” viene modificata – abitualmente e con scarsa fantasia – in P@ssword, PASSWORD, passw0rd, P@$$w0rd e via dicendo.
Questo rappresenta un punto debole che i criminal hacker conoscono. E che sfruttano con algoritmi di password cracking che tengono specificamente conto delle cattive abitudini degli utenti.

La pubblicazione NIST SP 800-63 è costituita da 4 documenti, quello che riporta le linee guida più utili sull’uso pratico delle password è il NIST SP 800-63B “Digital Identity Guidelines – Authentication and Lifecycle Management”.

Il cambio di orientamento che troviamo in questo aggiornamento è notevole:

  • nel cap.5.1.1.2 “Memorized Secret Verifiers”, alla pagina 14 del documento citato, leggiamo che: “Verifiers should not require memorized secrets to be changed arbitrarily (e.g., periodically). However, verifiers shall force a change if there is evidence of compromise of the authenticator”.

Quindi, obbligare arbitrariamente le persone a cambiare periodicamente le password (definite “memorized secrets”) non è più considerata una pratica utile, anzi può portare l’utente ad utilizzare password banali per riuscire a ricordarle più facilmente.

In altre parole, le politiche di scadenza delle password fanno più male che bene, perché inducono gli utenti ad impostare password molto prevedibili e strettamente correlate tra loro: quindi la password successiva può essere dedotta sulla base della password precedente. Si aggiunge, tuttavia, che la password andrebbe comunque cambiata se c’è il sospetto o l’evidenza di una sua compromissione, anche perché le password, quando rubate, vengono sfruttate in tempi brevi: i cyber criminali usano quasi sempre le credenziali delle loro vittime non appena le compromettono.

La scadenza periodica della password è quindi una difesa solo contro la probabilità che una password venga rubata durante il suo intervallo di validità e venga utilizzata da un attaccante. Se una password non viene mai compromessa, non c’è bisogno di cambiarla, se si ha la prova – o il sospetto – che una password sia stata rubata, è opportuno che si agisca immediatamente piuttosto che aspettarne la scadenza per risolvere il problema.

Oggi, quindi, le linee guida più moderne suggeriscono di non obbligare l’utente a modificare frequentemente le password: tra i primi ad aver abbracciato questa impostazione c’è il National Cyber Security Centre (NCSC) della Gran Bretagna che ha aggiornato in tal senso la propria guida: “Password Guidance: Simplifying Your Approach”.

Anche Microsoft ha rinnovato la sua “Microsoft Password Guidance”, abbandonando la policy di scadenza delle password. Lo possiamo vedere nel documento rilasciato a maggio 2019 “Security baseline (FINAL) for Windows 10 v1903 and Windows Server v1903”.

Secondo quanto scritto in tale documento, Microsoft non raccomanderà più una policy che imponga agli utenti di cambiare periodicamente le loro password. E lo motiva con gli stessi argomenti usati dal NIST: “Quando gli esseri umani sono costretti a cambiare le loro password, troppo spesso fanno una piccola e prevedibile alterazione delle password esistenti e/o dimenticano le nuove password”.

Purtroppo, queste regole non sono state invece recepite dalla grande maggioranza delle aziende e dei siti – soprattutto quelli italiani, compresi i siti bancari – che continuano ad imporre il cambio periodico della password.

Nei paragrafi successivi vengono indicate altre utili linee guida, improntate al buon senso ed alla praticità d’uso.

  • La lunghezza minima per la password dovrebbe essere di almeno 8 caratteri, ma deve essere consentita una lunghezza massima di almeno 64 caratteri. E tutti i caratteri ASCII (RFC 20) dovrebbero essere accettati. È imbarazzante vedere ancora oggi molti siti che impongono lunghezze massime risibili e che addirittura non accettano i caratteri speciali. Questa limitazione, da considerarsi non più accettabile, è spesso causata dall’utilizzo di sistemi “legacy” che non permettono l’uso di password più lunghe di 8 caratteri e/o non accettano i caratteri speciali (o ne accettano solo alcuni).
  • Non dovrebbero essere imposte “regole di composizione”, come quelle che richiedono, per esempio, “un numero ed un carattere speciale”. È noto, infatti che in questi casi il pattern statisticamente più utilizzato dagli utenti è: maiuscola all’inizio, numeri e caratteri speciali in fondo. Questo serve solo a dare indicazioni all’attaccante che potrà limitare il numero di tentativi, concentrando l’attacco brute force sulle password più probabilmente usate dagli utenti.
  • Anche l’imposizione delle famigerate domande di sicurezza è deprecata dal NIST, che invita a non richiederle. Tali domande (dette “hint”, suggerimento) sono in genere di questo tipo:
Il nome del tuo primo animale?
La tua squadra del cuore?

Le risposte saranno molto banali e chi ci conosce potrebbe facilmente indovinarle.

  • Altra utile indicazione del NIST è che: “I verificatori dovrebbero consentire ai richiedenti di utilizzare la funzionalità di “incolla” quando si inserisce una password”. Questo facilita anche l’uso dei gestori di password (i password manager), che sono ampiamente consigliati e che aumentano la probabilità che gli utenti scelgano password più forti.
  • Ovviamente è anche consigliata l’autenticazione a due fattori, per la quale vengono esaminate le varie modalità disponibili. Per maggior sicurezza – e nella logica dell’autenticazione multi-fattore – lo smartphone deve essere preventivamente attivato da “qualcosa che sai” (una password di sblocco) oppure da “qualcosa che sei” (l’impronta digitale, la faccia ecc.).

Quest’ultimo non è un passaggio da sottovalutare e ci fa capire perché, con l’entrata in vigore della Direttiva (UE) 2015/2366 nota come PSD2 (recepita dall’Italia con il D.lgs. 15 dicembre 2017, n. 218), non sono più ammessi i token hardware (quelle chiavette in plastica che generavano un codice a 6 numeri) per l’autenticazione nei siti bancari: erano dispositivi non sicuri, perché potevano essere attivati senza alcun codice di sicurezza. Quindi in caso di furto o smarrimento, chiunque avrebbe potuto utilizzarli.

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WordPress: compromessi migliaia di siti in campagna malevola

E’ stato appurato che oltre 2.000 siti WordPress sono stati violati nell’ambito di una campagna che mira a reindirizzare le vittime a siti di truffa contenenti falsi sondaggi e download fake di Adobe Flash.

Per violare i portali, gli attaccanti si stanno servendo di alcuni plugin vulnerabili (se interessati a sapere i nomi scrivere a info @ danielequattrini . eu) : questi vengono sfruttati per iniettare codice JavaScript in grado di caricare uno script malevolo direttamente nel sito target. Inoltre, hanno creato creato alcune directory di falsi plugin che vengono utilizzate per caricare ulteriori malware sui siti compromessi.

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BitPyLock: il nuovo ransomware minaccia la pubblicazione dei dati

BitPyLock è un ransomware documentato a partire dal 9 gennaio 2020.

La minaccia ha seguito con molta rapidità l’evoluzione, osservata di recente, di altre minacce simili per natura.

In una prima fase ha preso di mira singole macchine, poi ha iniziato a colpire interi network ed a sottrarne i file prima di cifrarli, evidentemente per garantire agli attaccanti materiale da sfruttare a fini ricattatori. Una volta lanciato nei sistemi, il malware termina processi che potrebbero inficiarne l’operato, processi contenenti le seguenti key words:

backup, cobain, drop, drive, sql, database, vmware, virtual, agent, anti, iis, web, server, apache.

Inoltre, preserva i file contenuti nelle seguenti cartelle:

windows, windows.old, program files, program files (x86), program data, $recycle.bin, system volume information.

Le estensioni dei file che possono essere colpiti sono 346; quelli bloccati ricevono l’estensione .bitpy. In ogni cartella coinvolta viene inserito il file HELP_TO_DECRYPT_YOUR_FILES #.html con le istruzioni per il pagamento del riscatto in bitcoin (la cifra può variare fra 0,8 e 5 BTC).

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Databse Exchange smontato senza apparenti motivi : errore 665

Caso pratico occorso a un infrastruttura Exchange 2016 mono-istanza installata su una macchina virtuale Windows 2016.

Sintomo: i client di Outlook risultano disconnessi e non sincronizzati, non arrivano ne partono mail. Al contempo però la Vm Server risulta up & running, senza criticità di performance o di storage. Superati i controlli superficiali si verifica lo stato del DB tramite EMC, il DB risulta Smontato.

Per prima cosa si procede con il tentativo manuale di mount, il DB resta montato per qualche secondo poi torna in stato di errore.

A questo punto andando a seguire vari case studies sono stato fuorviato dai vari tentativi di verificare e sanificare il DB con l’eseutil, questi tentativi che ho parzialmente percorso sono risultati però inutili in quanto il problema non era nel DB; analizzando i log di sistema infatti ci si è imbattuti in questo errore :

Il log parla di errori di I/O tali da non consentire il failover e poi prosegue:

segnalando l’errore di sistema 665 – che Microsoft identifica come File System limitatiton. Piu nello specifico l’errore spiega che i DB non sono corrotti ma sono stati smontati per limitarne la crescita eccessiva determinata dalla frammentazione del file system NTFS. Esiste infatti un parametro di crescita che una volta superato provoca questo errore e di conseguenza l’impossibilità di proseguire le attività sul disco.

A questo punto, appurato la sanità dei DB e la loro consistenza, la strada unica da percorrere è la seguente :

  1. Aggiungere un nuovo .vmdk alla macchina virtuale, grande a sufficienza per contenere il DB.
  2. Stoppare tutti i servizi inerenti Exchange;
  3. Copiare tramite robocopy tutti i files contenuti nel disco delle mailbox nel nuovo disco appeso alla vm; (in questa fase ricordarsi di utilizzare l’attributo /sec per la copia sicura ) ;
  4. A copia ultimata, assegnare la lettera dell’unità del vecchio disco a quello nuovo;
  5. Riattivare i servizi inerenti a Exchange;
  6. Riavviare la vm e testare il funzionamento.

Essendo il DB sano, questa procedura dovrebbe essere efficace nel 99% dei casi. Una volta testata la ricezione/invio e la solidità del nuovo DB, è poi possibile eliminare il vecchio disco in modo da liberare lo spazio.

app, Informatica Generale, online, privacy, Sicurezza Informatica

Virus Wathsapp 2019 : tutte le info.

Il 14 maggio 2019 in una nota ufficiale Facebook ha dichiarato che all’inizio del mese ha scoperto l’esistenza di uno spyware che sfrutta una vulnerabilità della funzione di chiamate vocali di WhatsApp; nello stesso momento, ha anche assicurato di aver trovato il bug e di averlo sanato rilasciando un aggiornamento dell’applicazione.

Spyware

uno spyware è un tipo di software che raccoglie informazioni riguardanti l’attività online di un utente (siti visitati, acquisti eseguiti in rete etc) senza il suo consenso, trasmettendole tramite Internet ad un’organizzazione che le utilizzerà per trarne profitto, solitamente attraverso l’invio di pubblicità mirata, ma anche con fini di spionaggio.

Il codice malevolo viene inviato sullo smartphone che si vuole prendere di mira attraverso una telefonata. Non importa se l’utente abbia risposto oppure no, basta il contatto, essendo una chiamata che sfrutta la connessione dati, perché l’hacker abbia tutti gli strumenti per poter installare il trojan, entrare nelle chat criptate, monitorare le chiamate, attivare il microfono e la fotocamera, accedere alle foto, ai contatti e a qualunque altra informazione che si trova sul telefono.

Lo spyware, secondo le firme rinvenute, pare essere stato sviluppato da una società informatica israeliana. Un portavoce della società ha parlato di «una società nota per lavorare con i governi per fornire spyware che hanno la capacità di controllare i sistemi operativi dei telefoni cellulari». Questo spyware, in realtà, non è nuovo, ma un aggiornamento di un’altra tecnologia sviluppata dalla stessa società israeliana una decina di anni fa; un software talmente potente che il ministero della Difesa israeliano aveva deciso di regolarne la vendita.
Tale software viene di norma fornito ai governi ed alle agenzie internazionali con l’obiettivo di aiutare la lotta al crimine e al terrorismo. Secondo alcuni ricercatori dell’università di Toronto, il software è stato in generale usato in 45 Paesi diversi per spiare dissidenti, giornalisti o civili.

Il nuovo Pegasus, lo spyware denunciato da Facebook il 14 maggio, può colpire l’app di WhatsApp per qualunque sistema operativo.

Le versioni coinvolte sono:
— WhatsApp per Android precedenti alla 2.19.134
— WhatsApp Business per Android precedenti alla 2.19.44
— WhatsApp per iOS precedenti alla 2.19.51
— Whatsapp Business per iOS precedenti alla 2.19.51
— WhatsApp per Windows Phone precedenti alla 2.18.348
— WhatsApp per Tizen precedenti alla 2.18.15

E’ fondamentale è assicurarsi di aver aggiornato l’applicazione, andando sullo Store (Google Play o App Store) e controllando se la versione di WhatsApp attualmente installata sul nostro smartphone è l’ultima disponibile. Il secondo passo è sul sistema operativo: anche questo deve sempre essere aggiornato all’ultima versione possibile.

Dobbiamo sempre ricordare inoltre che la tecnologia viaggia di pari passo con lo sviluppo del mondo del cyber-crime e che certi strumenti diventano per noi “vitali” nella stessa misura in cui, i criminali, si ingegnano per renderli sempre meno sicuri.

Per qualsiasi domanda o approfondimento, sono a dispozione.

Informatica Generale, Microsoft, ransomware, Sicurezza Informatica

Nuova truffa “Microsoft like”

E’ in atto una nuova ondata di truffe ai danni di utenti che, navigando su normali web-site, si trovano improvvisamente davanti ad un messaggio di Warning all’apparenza proveniente da Microsoft:


“Security warning: Il tuo computer è stato bloccato. Errore #DW6VB36. Per favore chiamaci immediatamente al numero +39 0694804XXX. Non ignorare questo avviso critico. Se chiudi questa pagina, l’accesso del tuo computer sarà disattivato per impedire ulteriori danni alla nostra rete. Il tuo computer ci ha avvisato di essere stato infestato con virus e spyware. Sono state rubate le seguenti informazioni: Accesso Facebook, Dettagli carta di credito, Accesso account e-mail, Foto conservate su questo computer.
Devi contattarci immediatamente in modo che i nostri ingegneri possano illustrarti il processo di rimozione per via telefonica. Per favore chiamaci entro i prossimi 5 minuti per impedire che il tuo computer venga disattivato. Chiama per ricevere supporto: +390694804XXX.”


Falsi avvisi di questo tipo sono apparsi anche in passato e sotto altre forme. 
E’ importante sottolineare che a fronte della visualizzazione del messaggio non vi è alcun furto di dati personali né infezione da virus. Chiudendo la navigazione, infatti, il computer continua a funzionare normalmente.
Chiamando, invece, il numero indicato e seguendo le istruzioni telefoniche del presunto operatore, il computer viene messo disposizione del truffatore tramite assistenza remota consentendogli, in questo modo, di installare programmi illeciti e virus.
Il costo dell’intervento per il finto “sblocco” ammonta intorno ad un centinaio di euro.


La Polizia Postale e delle Comunicazioni raccomanda di ignorare avvisi di questo tipo anche quando esercitano una forte pressione psicologica. Se avvisi di questo tipo si ripetono costantemente, è opportuno effettuare una scansione con un antivirus aggiornato per rimuovere un eventuale malware pubblicitario (adware).
Infine, è sempre necessario installare un antivirus ed aggiornarlo costantemente su tutti i dispositivi. 
E’ bene ricordare che quando la rete presenta una situazione inaspettata, è sempre necessario documentarsi prima di prendere ogni decisione.

A disposizione per qualsiasi richiesta o chiarimento.

Informatica Generale, ransomware, Recensioni, Sicurezza Informatica

Yoroi rende disponibile al pubblico ‘Yomi’

Una delle aziende con cui collaboro ormai da diversi anni e che ho scelto come partner aziendale in ambito security è Yoroi: azienda italiana con sede a Cesena è senza dubbio fiore all’occhiello d’eccellenza in ambito di Cyber Security in Italia.

Yoroi ha recentemente deciso di rendere gratuitamente pubblico ‘Yomi, uno dei suoi innovativi e potenti strumenti atti a rilevare, analizzare e bloccare i software dannosi. Come dice il nome, “Yomi: The Malware Hunter“, è infatti una piattaforma online per la rilevazione e la gestione in sicurezza di malware informatici.; basato su tecnologia open source italiana da oggi può essere usata anche dai singoli individui, gratuitamente.

Ma che cos’è Yomi?

Già soprannominata dalla stampa come “Il cimitero dei virus” all’epoca del suo lancio in versione beta, la piattaforma Yomi, ulteriormente perfezionata, è una pagina web in grado di “digerire” e detonare nel suo recinto di sabbia (sandbox) documenti dannosi, file eseguibili, installatori e script senza alcun pericolo. La “detonazione” avviene infatti in una maniera controllata, registrando il comportamento di ogni file potenzialmente dannoso dentro un ambiente personalizzato e progettato per sconfiggere le tecniche di evasione più avanzate messe in atto da chi diffonde il malware.

Detto in parole povere, se ci ritroviamo un file sospetto e vogliamo verificarlo, possiamo caricarlo gratuitamente dentro Yomi che lo “eseguirà” in una zona protetta e restituirà in output un report dettagliato sul tipo di minaccia e il suo comportamento.

“Compito di Yomi è di contribuire a rendere il cyberspace più sicuro per tutti – ha detto Marco Ramilli di Yoroi -, e per questo ne facciamo dono alla comunità italiana di info-security.”

Il malware rappresenta un potente strumento per il cybercrime in tutto il mondo e, con oltre 856 milioni di campioni identificati durante l’ultimo anno è, senza dubbio, uno dei principali tipi di minaccia che aziende e organizzazioni affrontano ogni giorno per gestire la propria attività con grande impegno di tempo, risorse e denaro, mettendo a rischio la propria reputazione e gli asset dei loro clienti.

Le minacce malware hanno sviluppato in questi anni la capacità di eludere ogni rilevamento, scavalcando le barriere di sicurezza e rimanendo in silenzio fino a scatenare il loro potenziale malevolo, consentendo ad hacker malvagi, cyber-criminali e spie di rubare segreti, dati, beni digitali e denaro, compromettendo processi aziendali e persino vite umane quando colpiscono le infrastrutture critiche. Per divertimento e profitto.

Per tutti questi motivi ‘Yomi’ è il contributo italiano alla battaglia contro il malware dedicato ai professionisti della sicurezza, alle comunità di intelligence, ai CERT e ai CSIRT che vorranno usarlo.

Il software di Yomi è in grado di condurre un’analisi multilivello sui software malevoli: statica, dinamica e comportamentale, per aiutare gli analisti umani a comprendere la dinamica dell’esecuzione del codice dannoso risparmiando tempo e denaro, può analizzare una grande varietà di tipi di file, per ogni tipo di esigenza, sia privata che aziendale, per realtà di piccole e di grandi dimensioni, compresi i pericoli che preoccupano di più i gli utenti comuni e che derivano dal trattamento di documenti PDF, Office, Powerpoint, Word o Excel, anche nei formati compressi.

Yomi è anche capace di ispezionare gli indirizzi e i domini di rete e presenta funzionalità di analisi SSL, per consentire ai cacciatori di malware di riconoscere le minacce nascoste che sfruttano la protezione crittografica.

La piattaforma creata da Yoroi presenta diverse caratteristiche innovative nel panorama dell’analisi delle minacce informatiche. Mentre è possibile condividere con la comunità le proprie scoperte ‘Yomi’ rende anche possibile decidere – per questioni di privacy o di segretezza – di richiedere report privati per i campioni analizzati attraverso la sua piattaforma.

Per provare “Yomi: The Malware Hunter” clicca qui.

Oppure contattami pure per una demo-training sul suo utilizzo.

Bollettino Sicurezza, ransomware, Sicurezza Informatica

Bollettino di sicurezza 04/19

Proseguono le attività di Spamming a scopo estorsivo.

“Ciao Xx X, Ti scrivo perché ho installato un malware sul sito web pornografico che hai visitato. Il mio virus ha preso le tue informazioni personali e ha acceso la tua fotocamera che ti ha ripreso; se non paghi 580,00 € in Bitcoin diffonderò il video ai tuti i tuoi contatti….”

Si presenta all’incirca così il messaggio di spam che viene recapitato, nell’ambito del nuovo fenomeno di “estorsione”, perpetrato attraverso il massivo invio di email a ignari malcapitati, e finalizzato a infondere panico ed indurre a pagare in cryptovaluta il prezzo della “non pubblicazione del video”.

Si tratta di “fake porn extortion e-mail” ed è una trovata che nell’ultimo anno ha portato ad arricchirsi svariati hacker del deep-web.

Chiaramente i criminali non hanno nulla in mano ma fanno leva sulla costante paura che tutti abbiamo di essere realmente spiati e quindi è assolutamente consigliato di cestinare la mail senza cedere alla richiesta e senza nemmeno interagire con la mail (si cederebbero all’attaccante delle informazioni di ritorno come IP, server di uscita, ecc). La cose da fare, prettamente a titolo cautelativo resta comunque il cambio della password per accedere alla Posta Elettronica e se possibile abilitare un meccanismo di doppia autenticazione.

Gootkit : campagna di diffusione del Trojan tramite finta mail I.N.A.I.L.

E’ in corso una campagna di malspam perpetrata attraverso l’invio di Posta Elettronica Certificata e avente come oggetto “I.N.A.I.L.. Comunica XXXXXXXX” o ”Tribunale di Napoli Procedura esecutiva immobiliare nr xx/xxx” . Lo scopo dei cybercriminali è quello di “inoculare” nel dispositivo dei malcapitati il trojan horse Gootkit; ciò avviene dopo l’apertura, da parte del destinatario della PEC, dell’allegato in formato PDF presente nella stessa.

Articolo correlato Gootkit

Campagna di Phishing “Fake Bartolini”

In questi giorni potrebbe giungere sul vostro smartphone una comunicazione, tramite email o SMS, da parte dell’azienda Bartolini – Corriere espresso S.p.A..: nel testo del messaggio si invita il cliente a cliccare su dei link “fasulli”. L’azienda, con un comunicato sul proprio sito, si dissocia da tale attività e sta valutando le opportune azioni legali da mettere in atto.

Evitate quindi di cliccare sul link proposto e assolutamente non fornite informazioni personali, benchè meno IBAN o Carte di Credito.